Graveyard – Hisingen Blues

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19 aprile 2011 Nuclear Blast myspace.com/graveyardsongs

Hisingen Blues

Il primo album degli svedesi Graveyard (omonimo, del 2007) non ha certo scosso i pilastri del mondo, ma ha garantito alla band di Göteborg una nutrita schiera di fan pronti ad ammettere candidamente di non riuscire a levarseli dalla testa e dal lettore.
Il perché è presto detto: una miscela di psichedelia, hard rock e doom di facile presa e ben suonata. Come dite? Black Sabbath? Esatto.
Elenco dei gruppi contemporanei più noti che fanno incetta di quell’immaginario e di quello stile: Wolfmother, Black Mountain, The Sword. Aggiungeteci anche i Graveyard.
La Nuclear Blast, nota etichetta metallara teutonica, deve aver fiutato il piccolo affare e deciso di mettere sotto contratto i qui presenti Graveyard per il secondo album.

Il primo impatto con l’album non può che strappare un sorriso beffardo: un artwork dai prevedibili tratti fantasy che vede i nostri quattro hobbit-vichinghi andare alla deriva su di un tronco d’albero in una qualche palude della Terra di Mezzo. L’altra sorpresa ce la riserva la tracklist: una delle tracce si chiama Uncomfortably Numb.
Detto questo, se avete il fegato per andare avanti continuate a leggere.

La strada intrapresa nel primo album viene seguita pedissequamente anche in questo secondo lavoro, la novità è un produzione più ricca, che per l’ascoltatore significa suoni più chiari e puliti, ma anche la perdita di quell’epica “roots” che il suono scabro e cupo del primo album conferiva al rock espresso dai quattro capelloni.
Altra novità è la presenza di alcune heavy “ballad”, che a mio parere rappresentano la parte più godibile e interessante dell’album: “No Good mr. Holden”, “Uncomfortably Numb”, “Longing” e “The Siren” vanno meno a tavoletta e ci parlano di un gruppo più maturo rispetto all’esordio, che sa giocare con i riferimenti blues e hard rock (e Longing addirittura col tex-mex!) in maniera smaliziata, ampliando la tavolozza dei propri colori e delle proprie sfumature, senza per questo perdere di impatto e di autenticità.
Una curiosità: l’isola di Hisingen, da cui il titolo, è una zona nei pressi di Göteborg praticamente attaccata alla terraferma, dove ha sede lo stabilimento principale della Volvo. Probabilmente non una zona prettamente ridente. E da qui viene il blues, il malumore che attanaglia i nostri quattro hobbit.
Quello che non amo molto dei progetti di questo genere è di rimanere intrappolati troppo a lungo tra le figure dei maestri, senza proporre nulla di nuovo. Credendo di fare arte ci si adagia così nella pura filologia, nel recupero archeologico fine a sé stesso. Molto più interessanti allora gli australiani Wolfmother, che sporcano la lezione del passato con un’attitudine stoner, indie e garage. Molto più interessanti i canadesi Black Mountain che giocano sul filo dei riferimenti per trovare la propria via. Molto più interessanti i texani The Sword che contaminano il doom e la psichedelia con gli anni ’90 americani.
Questi svedesi invece giocano sul sicuro, ma volendo giocare sul sicuro sfociano quasi sempre nell’ovvio.
Però, se odiate la critica musicale e il vostro desiderio è solo quello di andarvi a fare una birra fresca e di godervi una buona band heavy-settantiana come ai bei tempi andati, siete nel posto giusto.