Chiacchiericcio ai concerti: una spiegazione sociologica

Recentemente mi sono imbattuto in un articolo online del Guardian che rispondeva ad una tanto schietta quando familiare domanda posta da un ragazzo italiano: perché le persone parlano ai concerti?

La risposta riportata dalla redattrice che si occupa di musica indie per il quotidiano inglese è stata tanto semplice quanto illuminante: si può dividere il pubblico in tre categorie a seconda di tre relative zone di posizionamento sotto al palco.

La Zona 1, quella proprio sotto il palco, è formata di solito dalle persone più giovani, le più coinvolte nella performance, insomma i fan veri e propri. La Zona 2 è composta da persone con un’età che va a salire, gli spazi si fanno più larghi, la soglia di attenzione è media. La Zona 3, quella più lontana dal palco, è composta principalmente dalle persone che non sono propriamente interessate allo show, da quelle a cui non piace e da i famigerati addetti ai lavori, categoria che comprende discografici, promoter, musicisti, manager, giornalisti e tutto il sottobosco di figure lavorative non meglio definite della scena.

Gente quindi che di concerti ne ha visti a pacchi, probabilmente li organizza, ancora più verosimilmente li suona, ed è più interessata allo show visto come un evento sociale, piuttosto che alla musica della band in questione che sta dando il meglio di sé sul palco.

Non solo saluti e pacche sulle spalle, ma anche veri e propri momenti di lavoro e di organizzazione per chi ha bisogno di piazzare una serata, chiedere una recensione, aggiudicarsi uno spazio ad un festival, chiedere un’apertura ecc ecc…

Dovessimo trasportare questo ragionamento in Italia ed alla nostra scena indipendente, quale sarebbe la proporzione fra le tre zone descritte ad un ipotetico concerto?

Ho l’impressione che la Zona 3, quella degli addetti ai lavori, sia decisamente più popolata delle altre zone, che occupano uno spazio sempre più sottile, e quindi nessuna sorpresa nell’accorgersi come sempre più spesso il chiacchiericcio arrivi fin sotto al palco.

D’altronde non è una novità che la scena indipendente italiana si auto-alimenti in continuazione, non riuscendo a trovare uno sbocco nelle radio e nelle tv mainstream o sui giornali di stampa non specializzata, con la conseguenza di non raggiungere mai il grande pubblico generalista. Auto-alimentandosi di un pubblico che generalmente non è solo spettatore ma anche giornalista, artista, promoter, fotografo ufficiale, discografico, è chiaro che trovare veri fan, che non siano alla fine poi solo amici dei membri della band (o vogliano fregiarsi di tale titolo), sia diventata una cosa sempre più rara e che quindi la Zona 1 tenda ad assottigliarsi sempre di più, forse fino a scomparire un giorno o l’altro.

D’altronde qualcuno ha battuto sul tempo il Guardian ed ha già tirato le sue conclusioni mettendole in rima:
si ma chi se ne frega della musica
ora che tutti parlano di musica
di tutti i mercenari della  musica
in queste trasmissioni sulla  musica
di tutte le interviste, di tutte le riviste
di tutti gli arrivisti, gli arrivisti, gli arrivisti

Caparezza ha centrato in pieno il punto, ci vediamo quindi tutti nella Zona 3, miei cari colleghi.