White Denim – D

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Giugno 2011 Downtown Records whitedenimmusic.com

Drug

Dice bene James Petralli dei White Denim, quando sottolinea l’importanza dell’arrivo, come quarto membro, di Austin Jenkins alla seconda chitarra, nel loro consolidato terzetto, capace di riportare alle radici di quel “sense of humor”, quel divertimento purissimo di giocare con la musica, che caratterizzava l’esordio della band texana e che, ammette Petralli, si era seriamente ed assurdamente rischiato di perdere. E’ per me infatti un piacere tornare a parlare di una band in pienissima forma, che vanta il solito quantitativo esorbitante di idee, dopo che l’album precedente, Fits (2009), loro seconda opera se escludiamo le self-released, aveva fiaccato le mie aspettative, virando verso formalismi più convenzionali e pieghe post-hendrixiane un po’ santìe, più alla ricerca del riff vincente che in balìa della loro inconfutabile creatività.

Si torna dunque al loro rock che viaggia in infinite direzioni, possedendo la compattezza istrionica e punk dei Dirtbombs e la lisergicità del blues dei Blue Cheer, riescono a lambire territori jazz e prog (con innesti latin e country), con una disinvoltura impressionante, a cui qui, rispetto all’esordio Workout Holiday (2008), forse si sottrae un po’ di urgenza garage-soul in favore di una evocativa scelta acustica in odore di psichedelia inglese. Il piacere di ascoltarli e attraversare generi musicali senza neanche accorgersene, non appartenendo a loro la sbornonaggine di chi invece certi passaggi e certe dimestichezze ci tiene a farle notare, appartiene forse solo alle formazioni fusion meno leccate o agli Steely Dan. Una fusione, appunto, immaginaria tra la spiazzante ricerca math dei Battles e il sapore roots dei Black Keys, per dare riferimenti moderni, trovando con naturalezza una buona armonia tra un uso organico dell’improvvisazione e l’asciuttezza della composizione. Insomma, scordatevi i Mars Volta, ecco.

La tentazione del recensore potrebbe essere quella di snocciolare le infinite influenze che ci si sentono dentro e che possono lasciare confusi, ma se ci si concede un ascolto meno malizioso si avrà evidenza di un lavoro sincero, pregno e vitalissimo, e che questi sono i cardini della sua orginalità. I ragazzi flirtano con il caos che è un piacere, o se preferite, visto che, pare, la “D word” del titolo starebbe per Drug, esplicitata dal singolo omonimo, diremmo che sanno perfettamente addomesticare la loro scimmia.