Feist – Metals

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Se una manciata di minuti d’ascolto di un unico disco bastano per farti venire in mente, nell’ordine, le chitarre dei Tinariwen, gli arrangiamenti delle divette nu soul e le ballate al pianoforte di Tori Amos, di solito le possibilità sono due: o sei in preda ad allucinazioni acustiche oppure quello che ti gira nel lettore è il lavoro di uno degli insopportabili campioni del relativismo 2.0, sempre smaniosi di mostrarci quant’è bella e varia la collezione di ellepì su cui hanno imparato a suonare.

Nessuno di questi però è il caso di Feist, che pure, prima di spiccare il volo in solitaria, si è avvantaggiata di una formazione ben variegata e di collaborazioni eccellenti (si va dai Wilco a Beck, passando per i Broken Social Scene). Il suo opus n° 6 è un lavoro compatto, quasi monotono, se gli si deve per forza trovare un difetto. Come si spiegano allora le dette suggestioni? La risposta, almeno per chi scrive, sta in una questione di ‘respiro’.

Succede sempre più di rado di parlarne per una produzione contemporanea, ma per riuscire a coltivare una propria voce capita spesso di passarne prima in rassegna migliaia di altre. Così le eco di Metals suonano pregne di contemporaneità ma pulite da eclettismi fastidiosi: How Come You never go there è soul senza esserlo e The Circle married the line è una Amos distillata. Su tutte una voce  riconoscibile anche senza ricorrere a paragoni eccellenti dal passato prossimo. E non è poco.

E’ anzi il merito più evidente di un’interprete (relativamente) nuova, che pure avendo dalla sua la stoffa del classico non si sottrae al confronto con il presente: nel momento in cui scriviamo serpeggia la voce di una collaborazione con i Mastodon, mentre è ormai cosa nota che James Blake abbia fatto una fortuna proprio rivisitando la sua Limit to your love. Esiste dunque un trait d’union tra il post metal e il dubstep per camerette e Feist ci sta piantata in mezzo, anche se la cosa non sembra smuoverla di un passo. Così si fa.