The Black Keys – El Camino

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Che i Black Keys siano sulla bocca di tutti è ormai un fatto: dagli orfani dei White Stripes ai nostalgici dei Beach Boys, dalle riviste specializzate che ne coagulano già i discepoli (affianca Bud Spencer a Blues Explosion su youtube o recupera l’EP dei Sons of the West) ai quotidiani generalisti, tutti ormai si destreggiano abilmente nel piazzare il duo di Akron tra i più quotati candidati a prendere in mano le redini del futuro di un rock’n’roll dichiarato morto “senza avere il gatto nel sacco”.
El Camino è il consiglio che ti dà anche l’amico che non conosce Jon Spencer, l’annuciata big thingh del 2012, che vince (anzi stravince) a mani basse sugli inseguitori. In realtà è un album bello ma non eccezionale che annoda solo in minima parte le stringhe di hard-blues  che caratterizzavano gli esordi, tra garage e cantina, dei Keys e conferma ancora una volta l’importanza dell’accentratrice quanto preziosa presenta in regia del Re Mida Danger Mouse, uno che dietro al mixer di produzione non sbaglia un colpo.
Il disco si ricollega infatti più ad Attack & Realise (rodaggio targato 2008 del matrimonio Keys/Mouse) che al precedente ed acclamatissimo Brothers, metabolizzando al meglio la lezione di entrambi con una resa del 100% in termini di appeal. Un disco fresco, scanzonato e roboante che si configura come una cavalcata vaudeville lungo l’America rock’n’roll soprattutto di ieri: le frivolezze surf rock delle spiagge anni ’50, l’aura psych-pop dei ’60, l’irruenza proto-punk dei ’70, l’edonismo un po’ ingenuo degli anni Ottanta. L’anello di congiunzione tra Jack White e i Gnarls Barkley si destreggia con sicurezza ormai consolidata tra le radici del r’n’r e i bagliori del soul. Nella sua irruenza esplosiva caricata a ritornelli bomba, El Camino nasconde una maniacalità di maniera: sta ai Black Keys come Death Proof sta a Tarantino, ma a differenza dell’omaggio del regista ai b-movies (un flop commerciale), il disco venderà da dio. È la colonna sonora d’un coast to coast in sella ad una Mustang, è fermarsi ad ogni autogrill per pisciare e comprare le patatine dilettandosi ad ogni occasione buona nel balletto-boogie di Lonely Boy, giusto per far ridere gli amici.
Poco importa dunque cercare il pelo nell’uovo: quando ci si diverte il tempo vola. E i Black Keys volano verso l’Olimpo mainstream bonaccioni e increduli, invitando a salire a bordo buona parte del pubblico (pseudo)underground. Dei money maker in buon fede?