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Retromania – Simon Reynolds

C’é un’ossessione ed una paura storica che sviluppa le radici nel libro di Reynolds e lo rende più di un semplice libro di critica musicale, quanto piuttosto un saggio antropologico.

Non sarebbe la prima volta che il critico del The Wire, che alle sue spalle ha lasciato tomi considerevoli quali “Post Punk” ed “Energy Flash” (tanto per fare un paio di esempi) , riesca a tessere un analisi in maniera così approfondita da avvolgere ogni aspetto culturale del momento storico a cui si dedica.

“Retromania” nasce da un’urgenza. Un’urgenza di prendere coscienza di sé e dei propri limiti e problemi da parte della nostra creatività, del nostro bagaglio di conoscenze popolare. Raramente un libro di analisi musicale attira tanta attenzione e attese come in questo caso; il motivo risiede non solo nella qualità (indubbia) dell’autore ma nell’obiettivo delle sue analisi: la nostra società postmoderna.

L’opera di Reynolds si apre con due concetti fondamentali: il “mal d’archivio” e la cancellazione del flusso temporale. La nostra civiltà è talmente ricca di informazioni ed è capace di documentarizzare ogni momento della linea temporale umana che si perde la capacità di analizzare in maniera scrupolosa e dissociata, ma si incorre in una versione più generale e patetica del cosidetto disturbo di “deficit d’attenzione”.
Di pari passo a questo sintomo, c’è un costume che si è instaurato nella vita quotidiana, ovvero la musealizzazione , la nostra tendenza a mettere sotto vetro e classificare ogni singolo elemento della nostra cultura. In questa maniera abbiamo una vivisezione in stereotipi ed elementi\tag meccanici di qualsiasi moda\movimento che ci sia stato: modernism, glam, o addirittura il punk. La Rock & Roll Hall Fame  è esemplare di questa attitudine, ma anche i nuovissimi e iper-tecnologici musei britannici non sono da meno (Reynolds si riferisce al British Music Experience).
La tendenza alla musealizzazione si sposta per l’autore anche nel mondo televisivo, con le serie televisive  I love the ‘60s, ‘70s, ‘80s etc, o di programmi informativi come la serie Britannia (che di capitolo in capitolo spaziava dal prog, al glam, al beat, all’epoca dei synth), fino ad arrivare agli spettacoli meta teatrali di cover\tribute band ossessivamente copie-carbone degli orginali.

Questa normalizzazione, questo pastiche di presente e passato, cancella qualsiasi obiettivo etico\politico\artistico che le diverse scene musicali hanno propugnato, sintetizzandoli in uno schema predefinito. Qui ci troviamo di fronte all’abiura di quella elegia del futuro e del progresso che fu il futurismo di Marinetti, citato da Reynolds nel passaggio: “Vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari. Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagli innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri. Musei: cimiteri!…Identici, veramente […]”

Il prosare analitico dell’autore ci fa attraversare i diversi angoli di questo continuo ripetersi, spostandosi all’interno di quello che è stato definito il “ri-decennio”: il decennio della ripetizione, del revival, delle reunion…

Se Youtube è oggetto di un indagine sul nostro modo di cercare e usare l’informazione, dall’altra parte il lato musicale viene pesantemente centellinato. Oltre a considerare la cultura rave come ultima forma di innovazione (seppur referente ad un senso “tribalistico” già presente nei ‘60s),  neologismi come sharity, vintage, mash up e altri vengono analizzati. Non viene naturalmente risparmiata la tendenza hipster, anche se ridimensionata molto nel suo volume d’importanza.

Nomi di artisti come LCD Soundsystem, Maria Minerva, Burial, Klaxons, fanzine autoprodotte e videoclip vengono scarnificati nei loro refusi e memorie, il tutto volto alla costruzione della nostra identità presente. Un crogiuolo cut up di dati e riferimenti in continuo corto circuito, che non trova un obiettivo, un fine ultimo di ricerca, ma solo un piacere nostalgico.

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