The Maccabees – Given to the Wild

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Piccoli Maccabees crescono, e anche bene. Dopo la maturità nella scrittura dei testi raggiunta nel precedente ‘Wall of Arms’, con questo terzo disco arriva anche la maturità sonica per i cinque di Londra, che riescono a guadagnarsi un posto memorabile nel marasma generale della produzione musicale contemporanea. Ricordo di averli sentiti aprire per gli Editors nel 2009, e per quanto mi avesse colpito la loro attitudine passivo-aggressiva, si sentiva che mancava qualcosa, come se fossero sempre lì lì per esplodere senza mai concludere significativamente un pezzo.

Ma le cose sono cambiate: ciò che il chitarrista Hugo White descrive come “musical overload” (per cui bisogna ringraziare Tim Godsworthy, produttore di Massive Attack e LCD Soundsystem) concorre a creare un clima da scogliera, supportato dalla flebile voce di Weeks. Tutto è imponente ma sfuggevole, al contempo corporeo e spirituale, carico di un primitivo contatto con la natura e i fatti della vita inusuale per l’idea che in genere ci si fa dei gruppi inglesi rientranti nello schema “the qualcosa-S” con tanto di chitarra ascellare e pantaloni stretti. Su tutto, parla il cortometraggio che ha anticipato l’uscita di ‘Given to the wild’: un viaggio ai limiti della civiltà negli istinti umani, sottolineati da estratti dei tredici brani del disco, che farebbe invidia alla celebre trilogia Qatsi di Godfrey Reggio.

Questo è un disco che si può permettere una intro e i finali che sfumano nell’inizio del brano successivo, mica una sequela di canzoni da “tre minuti e tutti a casa”. E si parla d’amore (evitando uscite iperglicemiche), del tempo e dello spazio dell’amore (nella commovente ‘Ayla’), del suo inizio e della sua fine, del suo ricordo; ma c’è anche spazio per temi pre-romantici quali caducità e rimorso nell’emblematico primo singolo ‘Pelican’, in cui la ripetitività dell’esistenza del singolo si reifica nella ripetizione dell’inizio di ogni verso nelle strofe, e il tutto è molto tribale e saggio, anche se a tratti si rischia l’effetto ‘Neverending story’.

Epicità e vita quotidiana si mescolano in questo bel lavoro, che merita di essere ascoltato non solo per questioni estetiche, ma anche intellettuali, che di questi tempi non è cosa da poco.