Andrew Bird – Break It Yourself

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Il pop agrodolce dei glockenspiels e delle chitarre vagamente distorte di Armchair Apocrypha (2007) si muove alle volte parallelo, alle volte si scontra ai violini smielati di The Mysterious Production of Eggs (2005) in un percorso che tende ad amplificare le peculiarità dei dischi sopraccitati nel nuovo Break It Yourself.

Andrew Bird, musicista statunitense, è un violinista eccellente, un gran cantautore e un “fischiettatore” professionista dalla meravigliosa capacità di creare, con una semplicità imbarazzante, ogni volta, piccoli gioielli. Break It Yourserlf, vuole essere il manifesto di un mondo a tratti rarefatto a tratti rustico già dalla sua creazione: il tutto è avvenuto nel granaio di Bird assieme ad una formazione striminzita (Martin Dosh alla batteria, Jeremy Ylvisaker alla chitarra, alle tastiere e al basso Mike Lewis) difronte a un registratore a otto tracce, come una semplice sessione di prova che in seguito si è trasformata in un disco, per la precisione il sesto da solista.

Le intenzioni sono evidenti sin dalla prima canzone Desperation Breeds… : un intro a sé, dalle voci echeggianti e psichedeliche che lascia spazio all’arpeggio chitarristico e alla voce di Bird sullo stesso stile del precedente disco Noble Beast (2009). Non ci sono barocchismi alla Sufjan Stevens, c’è però una grande varietà; ogni pezzo, quando sembra sul punto di morire, arioso, riparte rinnovandosi nella forma, senza mai eccedere nelle sovrastrutture. Lo stesso vale per Danse Caribe, un pezzo che sa molto di antica tradizione popolare, quando si riapre nella parte strumentale e nell’assolo di violino per poi riagganciarsi al cantato. Eyeoneye è il pezzo “pop” del disco, dal cantato nasale e dalle chitarre distorte e ritmate che ricorda addirittura gruppi come i Glasvegas ma con l’aggiunta di una classe targata The Smiths. Un pezzo che riesce a creare una pausa perfetta in mezzo a quella caterva di violini e riuscendo a valorizzare ciò che lo circonda, come i due brevi interludi Polynation e Things Behind the Barn.

Annie Clark (St. Vincent), appare su Lusitania, a sorreggere il fiorire di un pezzo traballante e fragile che lascia vagamente storditi per la sua delicatezza. Lusitania, come Fatal Shore, riprende tragici eventi storici per ridipingerli dal punto di vista sentimentale, “per comprendere la bellezza di ogni singolo battito del nostro cuore” come disse Bird. La solitudine, l’interiorità lacerata, si lascia cullare dagli otto minuti di Hole in the Ocean Floor dove le immedesimazioni a fiotti lasciano ad ognuno un nuovo respiro, una consapevolezza  di speranza che ti  lega al cantautore di Chicago.

Che Andrew Bird fosse bravo lo sapevamo, ma è incredibile come ogni volta ti attanaglia a sé così dolcemente, con le sue parole e i suoi suoni, che non lo riesci più a lasciare andare… “The sound is a wave like a wave on the ocean/ moon plays the wave like a violin, pushing and pulling/ from shore to shore, biggest melody you never heard before(The Sifters)