Passion Pit – Gossamer

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Reduci del grandissimo successo del disco d’esordio Manners, i Passion Pit, tornano sulla scena con la svolta di Gossamer. Tanta visibilità e apprezzamenti hanno portato ai 5 musicisti di Cambridge una maturità che risulta evidente in particolare modo nel loro songwriting. Maturità che però continuano a saper magistralmente mescolare alla loro spensieratezza giocosa e pop, sempre come mascheramento di realtà di fondo ben più melanconiche. Tant’è che il leader Micheal Angelakos, affetto da disturbo bipolare, accresciutosi a seguito della fama di Manners, ha deciso di spingersi oltre le accattivanti romanticherie o insensatezze tematiche che caratterizzano l’electropop di quest’ultime annate: ad esempio “Where We Belong”, l’ultima traccia, tratta del suicidio, tentato da Micheal a soli 19 anni. Le liriche non sono più un riempimento di canzoni accattivanti, ma ne diventano l’elemento portante. A livello musicale, invece, i Passion Pit si sono concentrati sempre di più su melodie catchy, a volte eccessivamente.

Il primo singolo del disco, Take A Walk suona come Sea Like a Child (A.R. Kane) arricchitasi della giocosità primordiale degli Animal Collective; Hideaway sa della freschezza che solo gruppi come Washed Out sanno portare; l’intermezzo a cappella Two Veils To Hide My Face risente delle lezioni armate di vocoder di Imogen Heap; l’intro di It’s Not My Fault, I’m Happy invece si rispecchia nell’anima dub di James Blake, per poi spostarsi su pianoforti cadenzati e bassi prepotenti accompagnati da coretti in falsetto e glitcherie elettroniche.

Love is Greed, l’amore è avidità… E così la loro musica si fa avida di suoni, di minuziosi perfezionamenti che spesso arrivano al limite del claustrofobico e del ridondante. I Passion Pit possono donare con munificenza queste dodici tracce, questi fiori rigogliosi figli del loro eclettismo ma forse hanno mostrato solo grotte reverberate, dove la musica si fa gioco casuale di accostamenti fuori luogo, nei quali l’anima si può nascondere cautamente, senza mettersi in gioco. Questo Gossamer, visti anche i problemi di Micheal, è comunque un meraviglioso inno alla vita. Spero che mantengano attiva questa loro forza intrinseca, ma vorrei che scarnificassero i loro pezzi per evitare quel senso di claustrofobia di cui parlavo prima, poiché si rischia veramente di mascherare i messaggi presenti nelle canzoni facendoli perdere tra miriadi di synth colorati e prepotenti che come sottili ragnatele (gossamer, appunto) catturano l’orecchio ma non l’animo.