Bat For Lashes – The Haunted Man

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Ritrovare Bat for Lashes, o più semplicemente Natasha Khan, nella nostra libreria musicale porta già con sé un certo rasserenamento.  Era il 2009, l’anno di Two Suns, quando Natasha ci lasciò, oltre che con un bel disco, con un certo senso di vuoto, dovuto alle sue paure, al blocco compositivo, quello di fronte alla terrificante “pagina bianca”: What do you do when you feel like you’re going to die because you can’t write anything? – questo è quanto disse a Thom Yorke per cercare sostegno da chi probabilmente, in confronto a lei, di esperienza ne ha molta di più. Corsi d’illustrazione e danza, le dolci pillole in cui Natasha ha cullato le sue paranoie. E quale poteva essere il risultato se non la fragilità cagionevole di The Haunted Man?

E la copertina si fa manifesto di quel sentimento carezzevole:  Ryan McGinley autocitando India (Coyote) – la famosa foto finita anche in copertina dell’esordio letterario di Bianconi (Baustelle) -, pietrifica una Natasha, nuda, con sulle spalle un uomo sfinito, tormentato (potrebbe essere questa la traduzione di haunted). Ma forse nella foto i ruoli sono stati invertiti.

Ripreso in mano un foglio bianco e ritrovata la giusta vena creativa Bat scrive Lillies, ispirata da  una scena del film Ryan’s Daughter, di David Lean. E giustamente segnando l’inizio di una nuova fase, la canzone apre il terzo lavora della Khan. I sintetizzatori profondi si contrappongono ai suoni sinesteticamente luccicanti del glockenspiel finendo abbandonati tra orchestrazioni voluminose, per poi infrangersi nel tapping chitarristico della seconda traccia All Your Gold. Il disco procede, fluido, scorrevole. Ma niente: le emozioni non passano. Poi però arriva Laura, il primo singolo estratto, la dolce ballata al pianoforte, quella che appena butta giù il primo accordo tu sei già lì ad asciugarti le lacrime – poi mettici pure che il video è realizzato alla perfezione. Senza nulla togliere anche alla bellissima Marilyn, in cui la Kahn tira fuori il suo lato più melodico e pop, una sorta di Rihanna del buon gusto. E a noi piace, con quei suoi vocalizzi, coi suoi ritornelli ficcanti e i quattro accordi reiteranti dannatamente pop, dannatamente belli.

Nel complesso la svolta è solo per metà portata a termine adeguatamente. Ci sono ancora troppi pezzi (vedi The Haunted man, Oh Yeah oppure Rest Your Head) che non riescono a trovare il giusto respiro e che lasciano insoddisfatti. E soprattutto pensi che Natasha con una voce del genere potrebbe tranquillamente tirare fuori un disco perfetto.