Cosmopolis di David Cronenberg

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La violenza è un’altra sindrome, non ha storia

Robert Pattinson – Eric Packer – possiede ancora quel volto esangue dotato delle uniche due espressioni che lo faranno rimanere vergine a vita: anche se qui riesce ad ottenere tutto il sesso che da vampiro aspettava da secoli. Eric vuole un taglio di capelli. Miliardario a capo di un impero che fonda le proprie fortune sullo sviluppo tecnologico, il giovane magnate attraverserà la città a bordo della propria limousine bianca – Location primaria delle riprese – incurante dell’imminente collasso del proprio impero. Benché da tempo ormai ne abbia perso di vista il valore, il significato. Disinteressato al proprio matrimonio-farsa – con l’androide Sarah Gadon Ndr -, ormai privo di qualsiasi pulsazione carnale nei confronti della moglie, s’accompagna con ragazze disinibite di varie età, alla ricerca di quel coito, ormai diventato indispensabile manifestazione vitale. Dotato di una coscienza talmente minuta da non riconoscere l’importanza della morte, del finire, ne risulta ossessionato – “si muore ogni giorno” Ndr-. Giornalieri saranno i check-up alla ricerca di qualcosa che confermi le proprie ossessioni: l’identificazione di una asimmetricità prostatica (il difetto che conferma l’unicità) sarà dunque accolta con grande ansia. Un ritualismo maniacale che lo costringerà ad attraversare la città nel bel mezzo di una rivolta contro il potere (il topo). Impassibile, quasi apatico ai continui moniti degli addetti alla sicurezza, finirà per ridefinire il concetto di routine, il ruolo che essa detiene nella società moderna . Per Packer tutti sono disponibili ma nessuno è presente. Persino la notizia di un assassino sulle sue tracce lo lascia indifferente. Organizza la propria rovina alla ricerca di un cambiamento prendendo di petto il proprio attentatore e piombandogli in casa: scoprendo tutte quelle similitudini capaci di aprire la mente.

Per Cronenberg la disperazione non rappresenta più una novità, ma una catarsi a cui affidarsi.. Il regista ritocca finemente il racconto di De Lillo, enfatizzando diverse componenti della sfera sessuale/sociale, introducendo la sterilità della coppia Packer e mutando i riferimenti economici – Nel libro lo Yen Giapponese, nel film lo Yuan Cinese -. Un film anti-cinematografico, monolitico, dove Cronenberg sembra non voler spettacolarizzare un solo frame, lasciando lo spettatore imbrigliato in una ragnatela colloquiale carica di significati nascosti. Non sorprenda dunque l’ossessione per i dipinti di Rothko, artista atemporale, testimone della tragedia del nascere, vivere e morire. Capolavoro.