CASO – Cervino

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CASO è davvero un cantautore singolare. “Cervino”, il disco di Andrea Casali uscito per To Lose La Track lo scorso ottobre, non compare in nessuna top list di fine anno, quando in realtà, non dico che dovrebbe, ma di sicuro potrebbe spuntare in ordine alfabetico tra i Calibro 35 e Colapesce, e magari guadagnarsi anche qualche meritato ascolto.

Ai tempi del suo disco precedente “La linea che sta al centro” (2013), forse non era questione — del resto, ad una generazione con l’urgenza di dire qualcosa su se stessa serve di un po’ di tempo per focalizzarsi su come farlo. Con una spinta più elettrica, senza il bisogno di urlare troppo e soprattutto senza il “paraculismo” dei monotoni sospiri, Cervino si presenta come un lavoro altamente espressivo. Undici tracce, tutte di breve durata — a tal proposito viene in mente “Atletica leggera”, una corsa di parole che dura due minuti e mezzo per spiegarci cosa c’entri il monte Cervino in tutto questo – che rappresentano un naturale sviluppo dello stile particolare di CASO. Potremmo addirittura parlare di “presa di coscienza”, anche se non possiamo realmente dire in che misura la consapevolezza sia un ingrediente fondamentale per fare buoni dischi. A volte “non lo sai” e viene fuori qualcosa di bello, e questo vale soprattutto nel mondo dei sentimenti dove la spontaneità, dicono, paga sempre. E Andrea Casali fa musica di sentimento, distillata in piccoli episodi attorno ai quali ruotano i testi delle sue canzoni: il sesso fatto in “Stanze buie”, tutto ciò che pesa in “Buste”, stare sotto la pioggia con un k-way “Blu elettrico”. Da un punto imprecisato del suo presente, sotto l’“Occhio di bueCASO ci dice che vuole “scattare la fotografia che ferma il tempo da qui”: voi lo sognate mai? Io sì.

Le canzoni di CASO hanno il buon sapore di quel tratto dell’età evolutiva che si chiama adolescenza, così delicatamente descritta in “Denti di ferro” e protratta verso una sensazione di giovinezza adulta che, una volta fatta la pace con il senso di precarietà che ci ha colto di sorpresa verso i trent’anni, ci permette di emozionarci ancora sinceramente ascoltando “FM” — la canzone che, subito dopo il perfetto fraseggio rock di “Pressione Alta”, chiude Cervino. “FM” parla di quello che può succedere dentro una macchina mentre una canzone passa alla radio, rimanendo chiusa dentro i finestrini: lei il discorso non lo fa sfumare mai, non ha problemi tecnici, mentre all’improvviso realizzi che nella vita non si può schiacciare replay. Una cosa è certa: la magia è postuma, e vive spesso nel ricordo di ciò che non torna più. Se non pecchiamo troppo di nostalgia verso noi stessi ciò che resta è qualcosa di buono. I k-way blu elettrico credo li vendano ancora.