Questioni di vita e di morte: The Ecstasy Of Wilko Johnson

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Per ammissione stessa di Julien Temple, presente in sala al 33° Torino Film Festival, il suo ultimo lavoro, The Ecstasy of Wilko Johnson, “non è un film sul rock’n’roll ma sulla vita”. Accade presto, in questa raccolta ed umanissima terapia esorcizzante, tra doc biografico e fiction affabulatrice, – sulla lotta del frontman dei Dr. Feelgood contro un cancro allo stomaco che lo condanna a morte certa entro pochi mesi – che tutto il resto scompaia all’orizzonte, ridimensionato in un puntino. Quel resto ingombrante che di norma siamo restii a lasciar sgonfiare. Colmo delle fragili cose del mondo che pur ci tagliano la strada come ciclopici ostacoli insormontabili. Di granitiche illusioni che si impossessano di tempo e stimoli fino all’ossessione. Fra queste, di certo c’è la musica. O il cinema. La febbrile mania della riqualificazione concettuale del montaggio che rapisce e lavora Temple ai fianchi.

Quell’ “imporre il proprio significato su immagini pre-esistenti” che “può farti impazzire, farti diventare un malato mentale”, portandoti a “cominciare a sognare le cose che vedi mentre fai montaggio o iniziare a non dormire del tutto”, facendoti “scambiare la notte per il giorno e renderti dipendente” (gli estratti provengono da un’intervista rilasciata da Temple su Nocturno n°148, a margine del TFF 2014).

Stoppando per un attimo il nastro della speculazione, resta la vita. Nuda, diradata come il testone glabro di Wilko. Una vita, dunque la morte. A Matter of Life and Death è infatti il titolo della sezione allestita da Temple in veste di guest director al TFF. Ed è proprio Wilko Johnson, densissimo di riferimenti e grondante reminiscenze cinefile, la pietra focaia e angolare da cui scaturiscono le proposte in retrospettiva, sprigionanti nuove scintille di senso dai frammenti (li vedremo strada facendo) che Temple affianca al calvario – paradossalmente quasi benaccetto – dell’amico musicista. Vecchie immagini depositatesi sul giovane regista spaparanzato in una logora sala di Portobello Road, impresse a vi(s)ta sottopelle «attraverso l’effervescenza delle pulci che si sollevavano dal sedile di fronte e saltavano davanti allo schermo».

Semplicemente la vita, allora. Prescindendo da caos e diatribe plurime e pluriennali su fenomeni di massa e di nicchia, dall’oscena sporcizia punk e dal furore virulento dei Sex Pistols (The Great Rock’n’Roll Swindle,1980, The Filth and the Fury, 2000) agli enigmi sussurrati intorno al falò di genio e vanità dell’impenetrabile icona rock (Joe Strummer: The Future Is Unwritten, 2007). Ideologie, subculture e correnti stavolta non trovano spazio, perché tutta la scena è occupata dall’altra faccia della truffa del rock’n’roll, la fregatura ancor più smaccatamente pulita e irreversibile di una malattia che non lascia scampo.

Sgrombrate le questioni distraenti, non più vive e assorbibili dal magma cinematografico, si arriva alla domanda essenziale. Al senso ultimo. Alla morte. A concepire la morte. A fronteggiarla seriamente per la prima volta (lo stesso Julien Temple dedica il film alla madre scomparsa durante le riprese). E, più sgomenti ancora, ad essere consapevoli per la prima volta di essere vivi. E prepararsi a morire.

Cosa significa (dover) morire in Wilko Johnson? Accogliere – sperando chissà quanto irrazionalmente di vincere – una sfida che si dà perduta in partenza. Dove l’ultimo desiderio – di vita, d’amore, di letture, di canzoni, di qualsiasi cosa per cui importi davvero esserci – si concede nella prima mossa al tavolo degli scacchi, lasciando campo libero – e una libertà prima sconosciuta – a una pedina persa nell’oceano del cosmo che può solo scegliere come spendersi nel rimandare la sentenza, in attesa di ribaltarla con tenacia, contr’ogni pronostico. Wilko non si cura e non se ne cura. Non sta fermo un attimo o comunque non si trascina per sfinimento, anche quando dovrebbe (secondo i medici). Alterna l’energico andare a zonzo in scena e il mistico girovagare nel silenzio, eremita in Giappone e rifugiato nella natia Canvey Island. Amata e cupa waste land sommersa dalle inondazioni – arginate dal padre operaio – e terra riemersa dalla “Zona” torbida di pozzanghere e canaloni umidi dello Stalker (1979) di Andrej Tarkovskij. Wilko passeggia riflessivo nei ciottoli melmosi delle spiagge come un gigante napoleonico fuori dal tempo e dalla Storia. Per poi scorrazzare on stage, euforico e ringiovanito – quasi andando inspiegabilmente a ritroso alla Benjamin Button, come scritto su un cartellone dei fan. A destra e sinistra come un carrello laterale impazzito sui binari – agitarsi che l’amico Roger Daltrey, con cui fa in tempo a incidere un album, qualifica come effetto della puntura di un «mosquito in the butt».

Pur con la consapevolezza sofferta che la solitudine stia li ad aspettarlo nel buio insopportabile delle tre del mattino. Quando il bagno di folla per Bye Bye Johnny e il sudore del’esibizione sono asciutti e stinti in un brivido freddo. E che il primo pensiero al risveglio mattutino non può che andare allo schifoso tartufo da tre chili che lo sta uccidendo.

Eppure, The Ecstasy of Wilko Johnson riesce mirabilmente a non essere un film che aggredisce lo stomaco e le viscere. Abborracciandosi spesso all’acida autoironia, al masochismo divertito e scorretto e al gusto del macabro – «sense of t(h)umor» è il calembour di Wilko, pur sempre il torvo boia di Game of Thrones -, ma evitando la seducente trappola della pornografia del dolore, la scansione clinica del corpo in disfacimento con gli attrezzi e i tubi invasivi da sala operatoria del cinema. Un occhio chiuso pudicamente sul reale e spalancato al di là, in un gravido abisso di sostanza onirica medicamentosa, corroborante, ovviamente mischiata alle vibrazioni blues e pub rock (all’ascesa dei Dr. Feelgood Temple ha dedicato il doc Oil City Confidential, 2009). Come nella soggettiva della palpebra serrata di A Matter of Life and Death (1946) di Powell e Pressburger, da cui Temple appunto deriva – oltre ai colori accesi, il gioco metafisico e i contrasti surreali avvolti attorno alla figura di Wilko –  l’idea centrale dell’incombenza della morte che – proprio quando colpisce – si trasforma nel suo esatto contrario: l’estasi per la purissima gioia di una vita senza condizionamenti. Tutto in TEOWJ va dunque verso la ricerca di un’intima trasfigurazione simbolica. Di un rinnovato afflato vitalistico posato su cose, persone e sensazioni. Con le colte citazioni letterarie  – di cui il musicista ama infarcire le conversazioni per puro divertimento (Milton, Shakespeare) – sfogliate a vento come strati di libri inzuppati e stesi ad asciugare (i quadri formalisti e allegorici di Sayat Nova, 1969, del georgiano Paradžanov). Travasate nelle forme plastiche e nei fantasiosi pannelli significanti del cinema, dosati come segni di un sintomo coerente (sempre in Sayat Nova, l’angelo della morte, il sangue pigiato, stillante, esteso a macchia d’olio come una metastasi sporca), tolti gli inserti un po’ scolastici del Nosferatu di Murnau (il cancro che risucchia cellule come un perverso vampiro).

Raggi e jam session di celluloide per mordere i veleni della chemio. Tracciati nello sguardo trasognato, nelle smorfie dentate, nel cranio lucido e rapato di Wilko ingigantito su schermo nero, riflettente barre e fasci di luce come un ombroso Kurtz che, guardando in faccia la morte, recita piuttosto la poesia fiammeggiante e il lirismo di un’esistenza meravigliosa, preziosa e irripetibile nonostante l’Orrore. Anzi, forse proprio a causa di esso. Il fatto è che Wilko è sempre in bilico, con un occhio telescopico puntato su astri e costellazioni e un piede piantato quaggiù su entrambe le sponde: la miseria e il sublime, il bello e il brutto – sovrimpressi nel primo piano della doppiezza candida e belluina della bestia-principe di Jean Cocteau (La Belle et la Bête, 1946) -, palco e realtà, bambino inquieto e adulto riconciliato, uomo debole e inaffondabile rockstar. Ma ancora, soprattutto, sospeso nel limbo tra vita e morte, di qua dal suo Paradiso Perduto.

Wilko osserva, interroga il baratro e dal baratro viene visto ed ascoltato a sua volta con laicissima vertigine nietzschiana, nella bella rivisitazione della partita a scacchi con la mietitrice de Il settimo sigillo (1957) di Bergman. Non fosse che Wilko guarda e dialoga con se stesso, nemmeno più intervistato da Temple (che ci si aspetterebbe dall’altra parte alla m.d.p., durante le confessioni).

Come un giocatore solitario che si allena spostandosi da una parte all’altra del tavolo, muove una pedina, partorendo un racconto ottimista, per trasferirsi subito nel controcampo a sferrare la contromossa, sviscerando le zone d’ombra e i conflitti – durissimo quello col padre, alla cui morte il giovane Wilko gioisce spudoratamente –, nascosto e incapucciato nel nero mantello. Total black che si addice alla beffarda morte bergmaniana ma ancor di più agli scurissimi outfit in fotocopia indossati con orgoglio da Wilko. A ribadire ancora come il confine tra dolore spietato e pursuit of happiness restino ambigui, probabilmente indistinguibili nei pozzi neri dell’esistenza.

In ogni caso, in un modo o nell’altro, in questo mondo o nell’altro, spetta comunque a Wilko l’ultima mossa verso lo scacco matto.