Un brindisi per Lemmy

Lemmy of Motorhead
E alla fine Lemmy si è scolato l’ultima bottiglia. Lì per lì sembrava uno scherzo. L’ennesima bufala del web. Avete presente? Quelle cose tipo: “È’ morto Pippo Baudo”. Quelle frottole che, una volta smentite, si dice anche che allunghino la vita. E invece, purtroppo, stavolta il necrologio era esatto. Firmato e controfirmato da Mamma Morte in persona. Neanche il tempo di andare a riascoltarsi “Overkill“, che già su Wikipedia, accanto alla data di nascita, aveva fatto la sua triste comparsa quella del decesso, come ulteriore conferma dell’accaduto, della misera realtà, ovvero che tutti, prima o poi, tiriamo le cuoia. Compresi i nostri idoli. Anche se, come nel caso di Lemmy, certe icone sembrano viaggiare su tutt’altro binario, o per meglio dire, su una corsia preferenziale rispetto alla sorte dei comuni mortali.

Questo per ribadire, scomodando Capitan Ovvio, che Lemmy non diventa leggenda oggi che anche il suo nome è andato ad aggiungersi all’immenso libro dei morti. Perché lui una leggenda lo era già da vivo, da quando coi suoi Motorhead, una volta archiviato il capitolo Hawkwind (e hai detto niente), si è messo a frustare i palchi di mezzo mondo con corde di basso roventi, come un cowboy che cavalca divertito nelle tenebre. E l’ha fatto fino all’ultimo. Per tipo quarant’anni. Il recentissimo “Bad Magic“, devastante come un epitaffio scolpito a colpi di cranio, ne è la prova.

Certo è che se Bukowski Dio se lo immaginava con la barba bianca, i capelli bianchi, e niente uccello fra le gambe, gli amanti della musica heavy, in tutte le sue diramazioni barra declinazioni, devono esserselo immaginato uguale a Lemmy. Un Dio col naso sporco di coca, e con l’alito che sa di whisky e sigarette.

Molti avranno letto la sua autobiografia, intitolata “La sottile linea bianca“, in originale “White line fever”, scoprendo il confine che separa l’uomo dal personaggio, ammesso che questo confine esista. A molti altri, invece, sarà bastato adorarlo per la sua grinta, per la sua voce che era punk prima del punk, e per il suo basso che era metal prima del metal. Oppure, semplicemente, per la valanga di brani killer, quasi sempre identici, sempre e solo autentici, che pietra dopo pietra ha fatto rotolare sulla nostra valle di lacrime, guardandoci sornione dalla cima del palco, del suo monte bianco color coca, o del suo vulcano creativo formato sigaro, formato cancerosa.

Gli elogi funebri, specie se si ha a che fare con figure idealizzate, mai conosciute davvero, sono sempre un po’ così. Spesso si esagera. La si fa fuori dal vaso. E lo stivale da cowboy non ci mette nulla a cadere nella trappola per orsi della retorica. Però è vero, schifosamente vero, che con Lemmy se ne va un pezzo di mondo oramai in via d’estinzione. Oddio, non che al mondo manchino alcolisti che suonano roba pesa. Ce ne saranno almeno una dozzina solo nel mio quartiere. Ma il talento di Ian Fraser Kilmister, in arte Lemmy, morto il 28 Dicembre del 2015 dopo settant’anni e una manciata di giorni vissuti pericolosamente, non è materia replicabile, con buona pace degli androidi senza fantasia che ovunque, in ogni genere musicale, si compiacciono delle loro sterili calligrafie sonore.

Oggi, più di ieri, ci aspetta un mondo di mediocri epigoni. Di voci che urlano senza far rumore. Di strumenti che picchiano senza far male. E a noi, orfani di un passato recuperato via internet, incorreggibili nostalgici del presente, non rimane che la sublime arte del cazzeggio. Sublime perché capace di lanciare il cuore al di là della stessa realtà. Perciò, questa è la proposta: portate una tavola Ouija sul palco del Gods of Metal, o trascinateci un medium. Fategli dire: “Lemmy, se ci sei, batti un colpo!” Il ritorno, si spera, avverrà con un fendente di basso elettrico fra capo e collo.

Buon Altrove, Lemmy. E che resti un po’ di gloria anche per noi. Adesso brindiamo a te. In alto i calici. Un attimo. Qualcuno ci ha ciccato dentro.