Calibro 35: una “library” aperta sul mondo

calibro 35

Dai polizieschi di genere alla fantascienza dell’ultimo S.P.A.C.E, dai passamontagna alle tute spaziali..immergiamoci nell’immaginario dei Calibro 35 attraverso le parole di Massimo Martellotta e Tommaso Colliva, sprofondando nello spazio di una colonna sonora sci-fi, tra le sequenze multidimensionali, tutte da interpretare, di un film che non esiste. Ecco la personale “library” aperta sul loro universo musicale.

S.P.A.C.E. è stato registrato presso il Toe Rag di Londra, lavorando su nastro analogico con solo 8 tracce a disposizione. Ha quindi un’anima vintage. Da dove nasce questa esigenza creativa? Forse dalla voglia di creare un’interazione musicale in cui il suono si propaga nella maniera più naturale e unica possibile, quasi come se esso provenisse in maniera autonoma direttamente dall’ambiente circostante, ampliandone i confini e le dimensioni possibili?

Massimo Martellotta: Abbiamo sempre utilizzato una metodologia “vintage” nel fare i nostri dischi. Intendo il fatto di registrare tutti nella stessa stanza, di forzarci di valorizzare il mood di ogni registrazione più che la perfezione dell’esecuzione. La grossa differenza in questo disco è che invece di emulare quel processo, avendo però la “rete di sicurezza” che offre la registrazione digitale, ci siam calati veramente in un posto dove poter toccare con mano come sarebbe stato fare i dischi nel 1966. E come sempre succede, l’esperienza diretta regala sempre delle sorprese. Ci siamo trovati molto a nostro agio, è un tipo di modo di lavorare che valorizza molto l’interazione tra i musicisti e la magia del momento. Tutto molto naturale. Si tende a preparare molto meglio l’esecuzione che andrai a registrare, e in questo senso hai la netta impressione che il tutto suoni meglio. Facendolo veramente abbiamo scoperto che, più che il mixer o i microfoni d’annata, il suono migliore deriva moltissimo dal metodo. E’ stato molto affascinante, sicuramente ripeteremo l’esperienza.

Cosa vi ha spinto a scegliere l’immaginario fantascientifico per la realizzazione del disco e come mai avete scelto proprio l’anno 1966 come periodo ipotetico del vostro “film” sonoro?

Tommaso Colliva: L’anno preciso è una scelta casuale. Diciamo che nel 1966 si iniziano a fare i dischi con le cuffie in studio e il nostro invece è fatto senza da cui la datazione. Per l’immaginario fantascientifico invece c’è più ragionamento dietro. Non volevamo fare un genere esistente in maniera massiccia in Italia (il western, il giallo, la commedia sexy, ad esempio) e abbiamo capito che il sci – fi ci avrebbe dato da un parte una direzione mentre dall’altra ci avrebbe lasciati più liberi di suonare e basta.

Tornando al vostro passato invece, cosa vi ha spinto a optare per le atmosfere noir e i poliziotteschi?

Tommaso Colliva: Il noir e il poliziesco offrivano un’ottima possibilità di replica. Erano generi precisi e puntuali ma talmente investigati da lasciare spazio all’interpretazione per cui – anche qui anche se in modo diverso – si combinavano le esigenze.

Scorrendo le tracce di S.P.A.C.E, esse sembrano richiamare a una sorta di storyboard filmico, a una visualizzazione di un’idea di regia suggestiva fatta di numerosi cambi di scena e atmosfere da antologia cult. Cosa ne pensate a riguardo?

Tommaso Colliva: È assolutamente corretto. Senza fissarci troppo abbiamo cercato di esplorare tutte le possibilità dinamiche offerte da un film sci-fi. Dalla sospensione di 74 days… all’inseguimento di “Bandits on Mars” e ritorno passando dalla struttura bella solida di “Universe of 10 Dimensions”.

Nel disco, guardando anche l’artwork, c’è anche un riferimento alla collana Urania?

Tommaso Colliva: Urania è una particolarità tutta italiana. L’Italia non ha avuto granché di produzione letteraria e filmica fantascientifica ma avuto una collana incredibilmente prolifica e precisa. C’era stata l’idea di dedicare tutto il disco alla collana e citarla più direttamente ma abbiamo preferito evitare per non infilarci da soli in un buco da cui è difficile uscire. Per cui no, i riferimenti a Urania sono casuali.

Ricollegandomi al titolo dell’album, il concetto di spazio per i Calibro 35? Cosa rappresenta per voi?

Tommaso Colliva: Una delle cose di cui ci siamo resi conto è il fatto che SciFi, Fantascienza, Spazio sono concetti molto aperti che si prestano moltissimo all’interpretazione personale e ognuno di noi era partito da subito dando una lettura leggermente diversa. Abbiamo abbracciato la cosa per rendere il concetto più multidimensionale e offrire più chiavi di lettura al tutto. Per questo trovi “S.P.A.C.E.” e “UNGWANA BAY” sullo stesso disco.

Anche la componente visiva è da sempre parte importante del vostro progetto, non solo perché insita nella vostra musica ma perché si esplica anche attraverso altre forme d’arte come ad esempio quella breve del videoclip. Che valore aggiunto riesce a dare al vostro sound?

Tommaso Colliva: Credo moltissimo e per questo son felicissimo che questo disco sia uscito preceduto da un bellissimo teaser e un bel microdocumentario di Nicole Cardin e con lo splendido video di John Snellinberg. Sembra scontato ma mentre il fuoco sulla musica credo ci sia stato fin da subito ci abbiamo messo di più a trovare la quadra sulla grafica e sul video. Adesso sono molto contento.

Tornando alla dimensione del videoclip ci raccontate un po’ come è nato quello di “Bandids on Mars” realizzato dal collettivo John Snellinberg? Quale immaginario nasconde?

Tommaso Colliva: La domanda bisognerebbe farla a loro più che a noi ma cerco di risponderti. Al posto di andare sulla fantascienza tout court si è scelto di sfiorare la cosa realizzando un western spaziale che citasse Sergio Leone ma anche Barbarella, Urania e tutto un po’. E un pot-pourri veramente ben riuscito e fotografa a pieno ciò che volevamo portare alla luce col disco.

La vostra discografia fa capo anche a quella corrente che sta recuperando la library music italiana. Cosa vi accomuna e in che modo vi discostate da questa forma di “revival”?

Tommaso Colliva: Ormai è quasi dieci anni che Calibro 35 esiste quindi direi che non siamo gli ultimi arrivati. C’era pure “Spiralis” (un pezzo library) nel nostro primo disco. Diciamo che le library sono una miniera da scoprire che nasconde delle perle bellissime così come musica più funzionale e onestamente meno interessante ma qualsiasi cosa “riscopra” è da noi caldeggiata.

In questo senso, vi considerate un progetto che ha del didattico e/o filologico, un progetto che spinge alla curiosità, alla riscoperta del genere?

Massimo Martellotta: Credo che nessuno di noi lo faccia con spirito filologico né didattico. Forse il lavoro che facciamo è più una via di mezzo tra l’archeologia e l’artigianato. Ci piace scoprire sia alcuni reperti inediti, cercare di valorizzare i classici, che mettere in pratica dinamiche usate all’epoca per produrre materiale originale oggi.

Ultima domanda: tralasciando le etichette, perché in fondo ognuno poi vede nella musica un po’ quello che vuole, anche in base alle sensazioni del momento, come voi definireste lo “Stile Calibro”?

Massimo Martellotta: “Crime Funk” è una definizione che rende bene il mondo immaginario di riferimento, e in parte anche il suono dei Calibro, credo.