The Mars Volta – De-Loused in the Comatorium

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Chi era Julio Venegas? Un artista, prima di tutto. Dalle poche informazioni che possiamo ricavare sul suo conto, spulciando nella rete, sappiamo che è cresciuto ad El Paso, città di confine, che dal nome sembra già messicana, e che invece si trova nello stato del Texas. El Paso come “il passaggio”. Anche Julio era un uomo di confine. Sempre in bilico, sull’orlo della follia. Bassista, scrittore, persino pittore. Da vivo strinse amicizia con due ragazzi strani, irrequieti, difficili da inquadrare. Molto magri. Molto capelloni. Semplicemente “due finocchi”, due “weirdos”, per i rednecks texani, per i maschioni del posto, portatori sani di età della pietra. Quei ragazzi erano, e sono tutt’oggi, Cedric Bixler-Zavala e Omar Rodriguez-Lopez, rispettivamente voce e chitarra degli At the Drive-In, più avanti voce e chitarra dei The Mars Volta.

Era un artista, Julio. E viveva la sua vita al limite. Il suo corpo era una mappa geografica. La sua mente una bomba ad orologeria. Per orientarsi sulla mappa, bastava seguire il sentiero delle sue cicatrici, che col tempo diventavano sempre di più. Mille tagli, di altrettanti cordoni ombelicali, testimoni di tutte le volte in cui era morto e risorto. La cicatrice più importante, però, quella che incise il primo vero varco verso l’abisso, fu la morte di sua madre. Un evento che lo portò a tentare il suicidio. Una dose massiccia di morfina, sparata dritta in vena, per farla finita. Gli andò male. Nel senso che il piano non gli riuscì, almeno non del tutto. E così, dopo quelle della sofferenza, per Julio si aprirono le porte del coma. Era un uomo di confine, Julio. Era un uomo di El Paso. E stavolta il limbo era immerso in acque profonde. Nel mare amniotico che separa la terra dei vivi da quella dei morti.

Ma ancora non era giunta la sua ora. E come un novello, dolente, grottesco Houdini,  Julio si slegò dalle catene del coma. Non senza conseguenze. La parte destra del corpo infatti gli restò paralizzata. Dovette imparare di nuovo a camminare. Lui, Julio. Bambino che muore. Bambino che rinasce. Figlio del nulla che tende la sua mano, purulenta, verso l’assoluto.
Ricordano, Omar e Cedric, che, una volta recuperata parte della sua capacità motoria, si aggirava per le strade ingobbito, aggrappato alle sue stampelle, straziato nella carne e nell’anima. Reduce da una guerra ancora in corso, che ancora doveva chiamare il sipario. Lo avrebbe fatto in un triste giorno del 1996, passati in archivio altri tentativi di suicidio, altri aghi in vena. Ma neanche il veleno per topi fece il suo lavoro.

In un triste giorno del 1996, Julio si lanciò da un cavalcavia, nelle fauci dell’autostrada, e del traffico all’ora di punta. In tuffo, in volo verso il blackout. Verso lo schianto. Nessuna linea di confine, per l’artista Julio, da quel momento in poi. Non ci è dato modo di conoscere le sue opere. Ma ci restano almeno due epitaffi. Il primo è firmato At the Drive-In. Si intitola “Ebroglio”, ed è la terza traccia di “Acrobatic Tenement”, esordio sulla lunga distanza della band. Il secondo è un monumentale concept-album, ed è un altro esordio sulla lunga distanza, ma di un’altra band, sempre capitanata da Omar e Cedric: i The Mars Volta.

Quando nel 2003 esce “De-Loused in the comatorium”, l’effetto è a dir poco spiazzante. Col senno di poi, l’E.P “Tremulant” è stato di certo un buon viatico, ma nessuno, in quel dato frangente, si aspetta che al primo colpo questa nuova band, nata da 2/5 dell’urna cineraria siglata ATDI, possa sfornare un simile capolavoro. Gli elementi per la disfatta, per il tonfo clamoroso, ci sono tutti: il cadavere ancora caldo della vecchia band, la scelta di fare un concept-album, e per di più a tinte prog. Ma chi, loro? Quelli degli At the Drive-In, che dal vivo facevano un baccano infernale? Insomma, c’è già un corteo di nasi storti pronto a schierarsi fuori dallo studio di registrazione. Anche stavolta, com’era accaduto con “Relationship of Command”, Omar e Cedric lavorano con un nome altisonante: dopo Ross Robinson, Rick Rubin. E anche stavolta Omar non è soddisfatto della produzione, tanto che d’ora in poi, per il resto della sua carriera, se ne occuperà lui in prima persona (davvero curioso il fatto che i due dischi/figli meno amati da Omar, ovvero questo insieme all’ultimo degli ATDI, siano poi quelli più apprezzati dai suoi fans, ma anche dalla critica).

È un disco gravido di morte, “De-Loused in the Comatorium” (qualcosa come “Spidocchiato nel comatorio”, sigh). Per vari motivi: perché racconta la parabola di Julio Venegas, perché sarà l’ultimo album al quale lavorerà Jeremy Michael Ward ( amico, fonico, e ingegnere del suono della band, autore della splendida effettistica presente sul disco), prima che si spenga di lì a breve per overdose di stupefacenti. Perché il tastierista Isaiah “Ikey” Owens, in organico fino al deludente e controverso “Octahedron” del 2009, ci ha lasciato per ragioni analoghe nel 2014, a un soffio dalle quaranta candeline.
È un disco gravido di morte, anche in un’altra accezione. Perché fa della morte, e della sua grave danza, il grembo di una nuova gravidanza. Bisogna dare vita alla storia, alla memoria di Julio. E bisogna dimostrare al mondo che c’è vita dopo gli At the Drive-In. Per farlo, è necessario trafugare un altro cadavere dall’Obitorio della Musica, quello del prog, e poi accoppiarlo con quello del punk e del post-hardcore, in un’orgia da necrofili che va ben oltre “Nekromantik” di Jorg Buttgereit.

L’esperimento riesce. Roba che neanche il Dottor Frankenstein (o “Frankenchrist”, per chi ama i Dead Kennedys). Omar e Cedric diventano a pieno titolo sciamani, maestri Voodoo. “Omar è un animale venuto dall’Inferno”, dirà un giorno un certo Sonny Kay. E come dargli torto? Prendono parte all’operazione anche due membri dei Red Hot Chili Peppers: John Frusciante( rientrato nel gruppo, prima di andarsene nuovamente) e Flea, che cura tutte le parti di basso, ruolo che poi spetterà a Juan Alderete, fino all’ultima traccia di “Noctourniquet”, il canto del cigno marsvoltiano.
Progressive, punk, post-hardcore, psichedelia: pagine pescate a caso (si fa per dire), tenute insieme da un collante magico, che è quello della clave cubana, della salsa, del ritmo latino. Altro che world-music, con tutto il rispetto. Qui il rock è al suo apice, al suo culmine in termini di espressività, di contaminazione, di estro creativo. Il passato si fonde col futuro. Il local si compenetra col global. Carlos Santana, quello di Woodstock, fa una jam con gli Yes di “Close to the edge”, ripassando il repertorio degli At the Drive-In, che tornano quanto meno nel riff e nell’attacco, memore di “Catacombs”, di “Roulette Dares” (nuovo cavallo di battaglia del duo, che sopprime così anche lo spauracchio di “One Armed Scissor”). E poi di nuovo, nella frenesia trascinante di “This Apparatus Must Be Unearthed”.

Indimenticabile il lavoro alle pelli di Jon Theodore, senza dubbio il miglior batterista che abbia mai collaborato con la band, che pure ne ha assoldati di straordinari. Ma “De-Loused” è anche un disco cinematografico. “Son et Lumiere” è infatti il brano che aziona il proiettore. Poi saliremo sulle montagne russe con “Inertiatic Esp”, e con buona parte della tracklist, sprofondando all’improvviso nel buio, anche noi in coma insieme a Julio, come nella sezione centrale di “Cicatriz Esp”, che anticipa una coda finale degna della Mahavishnu Orchestra, con il solo di Frusciante in primo piano (e quanto dev’essere stato importante anche John McLaughlin, per la crescita musicale di Omar). È un disco cinematografico, perché si nutre di cinema, sic et simpliciter. Da Jodorowski a Fellini (la “volta” del loro nome farebbe riferimento alla “volta felliniana”, ovvero una tecnica registica del maestro). E poi Herzog, certo. il filosofo della “conquista dell’inutile”. In fin dei conti stiamo parlando di una sorta di “Fitzcarraldo”, in cui Omar e Cedric tirano, trascinano la nave del post-hardcore sulla montagna, nella giungla del progressive. Ma è pure un disco letterario, anzi, il capolavoro letterario di Cedric, che suggerisce attraverso immagini contorte, in un delirio da scrittura automatica, gli stati altalenanti, dentro e fuori la vita, del suo amico Julio.

“Televators” vince da subito il premio di miglior ballad marsvoltiana. Il duo tenterà di bissarla, nei dischi successivi, con “Miranda, that ghost just isn’t holy anymore”, da “Frances the Mute”; con “Asilos Magdalena”, da “Amputechture”; con “Tourniquet Man” da “The Bedlam in Goliath”; con “With Twilight as my Guide”, dal già menzionato “Octahedron”; e infine con “Trinkets Pale of Moon”, da “Noctoruniquet”. Tutti brani interessanti, mai delle semplici variazioni sul tema. Eppure nessuno di questi eguaglierà mai la magia di “Televators”.

Con “De-Loused in the Comatorium”, Omar e Cedric riescono in un’impresa unica nella storia del rock: chiudere un capitolo glorioso, quello degli ATDI, con un capolavoro, e battezzarne un altro, quello dei TMV, con un nuovo capolavoro. E chissà, magari il merito è stato di Rick Rubin, che ha saputo tenerli a bada. Noi questo non possiamo saperlo. Di sicuro, però, se c’è un regista occulto, quello è Julio Venegas. Senza la sua tragica epopea, infatti, questo disco non sarebbe mai nato.

Da “Ebroglio” degli At the Drive-In:

“I had a friend who died
For something he really loved
I had a friend who stood
For none of the above
I had a friend whose experience
Was riddled with scars
Who got drunk one night
In the trunk of Louie P.’s car
I had a friend who’d love to scare you
As was his affections
And tremble you did
Cause you weren’t worthy of his friendship
I had a friend, but now
He’s stranded on the Mesa st. exit
And sometimes I’m jealous
Cause I’m still at the intersection
I had a friend whose heart was too heavy to hold
Yes there’s blood on the median
Like a boat without oars

Duct tape the cross on the brown colored box
Single file line on the unpaved road
They tipped their hats, respect for the dead
In Juarez, Mexico, where they buried my friend

There are no words to express
The loss I feel since you’ve been away
You made this typical sad song
A physical classroom
Where I learned nothing
Just flashes of your face”