At the Drive-In Live @Fabrique, Milano, 7 Aprile 2016

 

Il 7 Aprile, a Milano, c’eravamo anche noi. Siamo saliti su un tram chiamato desiderio, anzi due. E siamo finiti, come per magia, in un altrove lungamente sospirato, che c’ha fatto, dopo circa sedici anni d’attesa, la grazia di materializzarsi al cospetto dei sensi, e dei nostri cuori. Già pronti, traboccanti. Prima ancora che iniziasse il concerto. Sembrava tutto nella norma. Giovani, e meno giovani, radunati all’esterno del locale. Le sigarette, le birre prese al chiosco. E poi la truppa dei bagarini. E le magliette: “A quanto le metti? Ce l’hai la taglia XL?”. Le chiacchiere con gli sconosciuti: “Ma che davvero hai 28 anni? Te ne davo meno”. “E tu quando li hai scoperti gli At the Drive-In?”. Sembrava tutto nella norma, ma c’era qualcosa, nell’aria che alitava sul Fabrique, lì dove un tempo risiedeva l’etichetta discografica Venus, che suggeriva uno scenario, diciamolo, adesso o mai più, da sogno divenuto realtà, da fiaba sfasciona per cenerentole e per cenerentoli del pogo. Sarà che ognuno ha i sogni che si merita, e noi tutti, quella sera, ci meritavamo il nostro ritorno al passato, al presente, al futuro. Insomma, più che su un tram chiamato desiderio, siamo saliti su una DeLorean diretta ad El Paso, fra capannoni industriali, alcuni pare che siano studi televisivi, e un cavalcavia dell’autostrada all’orizzonte, con la musica che già tuonava dal locale (Les Butcherettes, puntuali, fin troppo).

Anche gli ATDI hanno raggiunto il palco prestissimo, per gli standard a cui siamo abituati. Alle 21 e spiccioli, forse qualcosa in più. Adesso non ricordo. Ma che vuoi che importi? Il Drive-In è iniziato prima che finisse Striscia. Sul palco solo buio, e luci rosse. E infatti nell’aria c’era un clima da orgasmo, quell’orgasmo che troppo spesso, nella penisola italica, ci viene negato, quanto meno artisticamente. E dunque, al posto del coitus interruptus d’ordinanza, di certo nostro rock ma non soltanto, ecco finalmente i preliminari di un’orgia elettrica. Ecco finalmente un concerto. Un vero concerto. Ad anticipare l’entrata della band, una specie di colonna sonora da film horror. Mi è venuto in mente “Re-Animator” di Brian Yuzna, che nella soundtrack cita il Bernard Herrmann di Psyco. Potrei sbagliarmi, ma l’associazione è azzeccata. Infondo non si è trattato di rianimare, di riportare in vita qualcosa che era dato per morto?

I cinque stregoni, o scienziati pazzi se preferite, hanno attaccato con “Arc Arsenal”. Com’era ovvio. Com’era doveroso. Lo è stato fin dal tour di “Relationship of Command”, il disco dell’exploit, il disco dello scioglimento: Cedric e le maracas, prima dell’urlo che manda in fregola l’Occidente, prima del rituale.

Nessun effetto sorpresa, riguardo la scaletta. Sapevano tutti, chi più chi meno, quali erano i brani che la band avrebbe eseguito. La setlist infatti, salvo sporadiche eccezioni, era stata grossomodo la stessa ogni sera, per tutte le date del tour. Internet è testimone. Ma anche senza effetto sorpresa, l’arsenale dei ragazzi, ormai non più tanto ragazzi, ha fatto centro comunque. E tutto il concerto è stato un botta e risposta fra loro e il pubblico. Una messa cantata, direbbero le malelingue. Il concerto di una signora band che in Italia non la trovi manco col lanternino, dico invece io.

La ricetta degli ATDI è di quelle complesse: prendi gli elementi di rottura del post-hardcore e del post-punk, prendi gli intrecci atonali di basso e chitarra, lo spoken-word, le deflagrazioni noise alla Sonic Youth, e sposale con ritmiche ora latineggianti, ora tribali, ora squisitamente rock, poi struttura le canzoni come se fossero un bizzarro trattato di prog ad opera dei Fugazi o dei Drive Like Jehu, aggiungi un po’ di psichedelia fra i Pink Floyd e i 13th Floor Elevators, ravviva il tutto con i Rage Against the Machine e con gli Mc5, e con certi riff da fare invidia ai Led Zeppelin, ma non dimenticare i ritornelli, e l’afflato epico, sia vocale che chitarristico, degli U2 di “War”. Fatto? Potrebbe uscir fuori un pastrocchio indigesto e inascoltabile, e invece il risultato è uno splendido punk-rock di frontiera (del resto anche El Paso è una città di frontiera), trascinante come quello dei Ramones.

Il concerto è durato all’incirca un’ora e un quarto. La band ha riproposto quasi per intero “Relationship of Command”, più qualche chicca tratta dall’E.P “Vaya” , e la quasi-ballad “Napoleon Solo”, tratta invece da “In/Casino/Out”,  forse il momento più emozionante della serata. Emozionante perché dedicata alla scomparsa di due grandi amiche di Cedric, morte in un incidente stradale più di vent’anni fa. Emozionante perché Cedric, visibilmente commosso, alla fine del brano, e poco prima della conclusiva “One Armed Scissor”, ha voluto ringraziare il pubblico presente, e con noi tutti quelli che hanno reso questo tour indimenticabile. Col loro supporto. E con le frotte di biglietti acquistati.

C’era gente, lì nella bolgia, che aspettava questo concerto da una vita. E il gruppo deve averlo capito. Eravamo tutti parte di un’unica, sgangherata, memoria collettiva. Ad ogni inciso vocale di Cedric, partiva la risposta inneggiante della folla. E tutti puntavano le mani verso il cielo, oltre il soffitto, come tante “forbici con un braccio solo”.  E a proposito di Cedric, ci è parso piuttosto loquace, e più sentimentale di quanto avremmo immaginato. “Non c’è niente di più punk della famiglia”. Ha detto a un certo punto. Ma di quale famiglia stava parlando? Della sua (è padre di due gemelli), o della band finalmente ritrovata? Magari di entrambe.

Detto questo, un Omar così coinvolto non ce lo saremmo mai aspettato. Tutta la band a dire il vero, senza dimenticare il batterista Tony Hajjar e il bassista Paul Hinojos, ha suonato con la grinta e con la carica di chi è agli esordi, e non con la sicumera di chi va a riproporre, per l’ennesima volta, il solito repertorio. Inoltre, Omar non ha perso occasione per sfoggiare (nei siparietti-jam di “Invalid Litter Dept.”, “Enfilade”  e “Quarantined”), la propria abilità di musicista, consolidatasi col tempo e con l’esperienza, attraverso assoli hard-rock, cromatismi prog, e rumorismi assortiti. Un po’ cafone, forse, in alcuni passaggi. Ma sai che c’è? Lo stile degli ATDI è talmente colto che può, che deve, permettersi qualsiasi cambio di registro. Anche verso il basso. E poi, un chitarrista tanto geniale non si sente tutti i giorni. In genere non si sente mai.

Dei ragazzini, questo sembravano gli ATDI. Chi era sotto palco ha detto che da vicino i segni degli anta erano più visibili, specie sui loro volti. Ma ha comunque riconosciuto che l’elisir di giovinezza ha avuto i suoi effetti (“Cedric sembrava un fanciullo violento” Cit. Cosetta Fiori). Ragazzini nella grinta, ma sapienti nel controllo: “totale e trionfante”, come è stato scritto sul The Guardian. Era il primo concerto in Italia per la band, dai tempi dello scioglimento. Cedric, oltre a salire in piedi sulle transenne, ha anche ricordato di quando allora la band fu invitata a cena a casa di un italiano, e di quanto avesse apprezzato il vino “senza bollicine”. E di birra in birra, come ha detto in seguito, negli anni sono aumentate sempre di più le croci bianche fra El Paso e Ciudad Juàrez: le donne rapite, uccise, abbandonate nel deserto. Così ha introdotto, in maniera toccante, “Invalid Litter Dept.”, il brano grazie al quale li ho conosciuti. Un cerchio che si chiudeva. Per me e per molti altri. L’assenza di Jim Ward, membro fondatore della band, presente invece nella reunion del 2012, è stata un’assenza vera e propria, per dire che quasi nessuno l’ha notata. E si spera che il nuovo arrivato, Keeley Davis, sia qualcosa di più di un momentaneo compagno di viaggio

Cosa è stato, alla fine, questo concerto? Un lungo abbraccio (anche nel senso di Embrace, quelli di Ian MacKaye). Un abbraccio senza selfie, e con scarso abuso di smartphone. Il perché è presto detto: avevamo altro da fare. E che cosa rimane, perlomeno al sottoscritto? Tanti ricordi, un biglietto spiegazzato, e una maglietta di due taglie più piccola, che anni fa mi sarebbe stata alla grande, e che comunque, quella sera, mi sembrava appena aderente. Poi l’annuncio, fatto da Cedric prima di salutarci: “Stiamo per fare un nuovo disco”. E qui, molto probabilmente, l’assenza di Jim Ward peserà. Ma non è detto. Quando si tratta degli At the Drive-in, e più in generale di Omar e Cedric, mai dare nulla per scontato, a parte il loro talento. Loro e di nessun altro, stando a quanto ci offre il menù degli epigoni, degli attenti calligrafi, degli alternativi rispetto alla fantasia, così tanti, e troppi, qui in Italia almeno. Li hanno eclissati, fra le mura del Fabrique, e con loro anche gli spettri del terrorismo. Una serata indimenticabile, da ritorno di fiamma, da gioia ritrovata con l’orrore alle porte, quasi un “American Graffiti” del post-hardcore. E ne siamo stati felici. Ma anche se non lo saremo di nuovo, resta il fatto che il 7 Aprile, a Milano, c’eravamo anche noi.