Wovenhand – Star Treatment

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David Eugene Edwards rappresenta una figura unica nel panorama musicale odierno. Nativo di Denver, fin dalla giovane età fu immerso in un contesto piuttosto particolare. Da una parte il padre, motociclista spericolato spesso invischiato in giri “pericolosi” e dall’altra gli insegnamenti del nonno incentrati sul dovere, la pietà e quindi la religione Cristiana. Due figure di riferimento, due modi opposti di considerare l’esistenza. David le abbraccia entrambe. Già con 16 Horsepower e The Denver Gentlemen, il nostro vede crescere quello che verrà definito “Denver Sound“, contribuendo alla causa mettendo in atto una miscela di Folk sognante, riff spaccaossa e allegorie bibliche. Non solo, completano il quadro estetico tutta una serie di influenze musicali pescate indistintamente da ogni angolo del globo, oltre all’ossessione per una tematica a lui cara: quella legata ai nativi americani.

Dopo lo splendido “Refractory Obdurate” (2014), David torna oggi a proporci un nuovo lavoro licenziato sotto la ragione sociale che da inizio millennio lo vede protagonista: i Wovenhand. Con Chuck French (Chitarra), Neil Keener (Basso), Ordy Garrison (Batteria), Matthew Smith (Piano e synth) ed il produttore Sanford Parker, la band americana viaggia fino ai leggendari Electrical Audio Studio di Steve Albini per registrare questo nuovo episodio della saga intitolato: “Star Treatment“.

Una tavolozza compositiva davvero senza limiti quella di Edwards, che cela nella propria varietà le tante soluzioni per giungere ad un’estasi religiosa. Uno stato di trance che agguanta l’ascoltatore senza impedire che quest’ultimo si sporchi le mani con i tanti lati oscuri insiti nell’esistenza stessa. Percussioni imperiose, Psichedelia e ritmi etnici impattano qui in misura ancor più elevata rispetto al recente passato: pensiamo alla meditazione deforme evocata dall’orientaleggiante “Swaying Reed“, ed ai rimandi al primo Nick Cave (quello dei Birthday Party) presenti al proprio interno.

Sembra voler tornare alla fonte Edwards, ai propri esordi, mettendo le cose in chiaro fin da subito con l’openerCome Brave“: Stooges e Psichedelia Oscura. Forse vorrebbe viaggiare temporalmente per assistere alla creazione dell’universo. Vorrebbe osservare la nascita di quello che oggi possiamo ammirare stesi in un prato durante in una notte d’estate: il firmamento.

“I corpi celesti sono sopra le nostre teste fin dalla nascita dell’uomo. Queste sono le luci che illuminano la nostra vita. Queste sono le luci che guidano le stagioni, e tutto il resto è legato ad esso”

Un’ode al creato che non ammette soprusi nei confronti di chi abbia manifestato amore nei confronti della creazione tutta, di chi popola le proprie terre in maniera pacifica. Messaggio chiaro immediatamente recapitato ai poteri forti utilizzando l’elemento legato ai nativi americani, che mai come in questo album è sembrato centrale.

“Essere un americano, per me, è come vivere sulla proprietà di qualcun altro”

Un lavoro intenso che parallelamente alle tematiche di cui sopra sfoggia un gusto compositivo capace di abbracciare sia certo Post-Punk dalle tinte Dark (“Crystal Palace“) che la Psichedelia brulla di “All Your Waves“. Persino nei passaggi più nerboruti (“Five By Five“) tutto mantiene un afflato evocativo, talvolta solenne. Star Treatment ci invita dunque a riflettere, accompagnandoci musicalmente all’interno dei propri astro-insegnamenti. Non vi perderete, statene certi.

Data:
Album:
Wovenhand - Star Treatment
Voto:
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