Slaves – Take Control

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Quel passamontagna rosa in copertina ha un qualcosa delle truci protagoniste di Spring Breakers che cantano attorno al James Franco pianista. E il lentone di Britney Spears è il sonoro perfetto per quella scena grottesca, un attimo prima di fare un macello. Il nuovo album degli Slaves potrebbe essere l’immagine al negativo (proprio nel senso fotografico) di quella roba lì.

Pare che siano passati venti minuti da quando i due punk del Kent dai faccioni innocui avevano fatto uscire il loro secondo LP Are You Satisfied? (altra copertina memorabile con i due barboncini e lo sfondo fucsia) e già siamo a riparlare di loro. Ma soprattutto siamo già a parlarne in una chiave diversa. Il punk schietto ma diventato a suo modo rotondo di Are You Satisfied? lascia il posto in Take Control a una ruvidezza che non ammette mezze misure. Un anno fa si parlava soprattutto di Cramps, Sex Pistols e Sham 69 in fatto di reminiscenze.

Ma nel pantheon degli Slaves, ora sembra esserci spazio per altri numi ancora. Per esempio anche per l’hardcore rappato dei primi, adorabili Beastie Boys. Quelli con chitarra, basso e batteria. E i Beastie Boys ci sono materialmente dentro: Mike D, infatti, produce quasi tutte le tracce e ridisegna i contorni del suono degli Slaves nella direzione più aspra. Nel video di “Consume Or Be Consumed” i due ragazzotti sono intenti in una vomitevole competizione olimpica di mangiate di hot dogs. Poi arriva Mike D in persona e la scena diventa un cult. L’ex B-Boy, nella veste di ospite e referente sommo, con il suo timbro inconfondibile ricrea la magia di trenta e più anni orsono.

La title track e l’iniziale “Spit It Out” sono fra gli episodi più violenti. Poi c’è “Rich Man” che nella definizione del duo è quasi una “Country House” dei Blur più radicale. Il bello del suono di Take Control è che non ha mai un additivo inutile e ci ricorda che abbiamo a che fare con un duo piuttosto che con una band. Per come le usano in questo lavoro, né le drum machine, né le tastiera sembrano di troppo. Anzi, proprio per questo, tra le assonanze spunta fuori anche qualcosa dei Suicide (“STD’s/PHD’s” e “Steer Clear”). A questo proposito, spiazza positivamente il cambio di passo a metà disco, quando le tracce tirate cominciano a lasciare spazio ad atmosfere dilatate non meno estranianti (e vengono in mente anche i Gang Of Four).

Gli Slaves, proprio mentre rafforzano la loro identità punk, escono dal confine pre-tracciato e guardano altrove con grande voracità. Per dire, la loro versione di “Daft Punk Is Playing At My House” (pubblicata sul bonus vinile di Are You Satisfied?) fa sembrare che il pezzo sia nato per esser suonato così. Ascoltare gli Slaves è come avere tra le mani un oggetto semplice semplice con dentro diversi ingranaggi.

Data
Album
Slaves - Take Control
Voto
3