White Hills – Stop Mute Defeat

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C’è chi scrive d’amore e chi della natura umana: che poi secondo Osho, soprattutto per gli artisti (ma non solo), è la stessa roba. Del resto, è provato che chiunque possa riprendere il controllo della propria vita con gli psicofarmaci generando un cambiamento positivo. I White Hills ci credono così tanto da scaricarci addosso quarantatré minuti di feroce psichedelia lisergico-industriale; giusto per vedere se aveva ragione il vecchio Rajneesh o se davvero siamo una causa persa.

La loro è una prova da superare in stile Takeshi’s Castle, dove la tecnica del cut-up di Burroughs viene applicata alla musica. Una lezione severa ma propedeutica nell’ottica di eradicare l’indifferenza come il fatalismo strisciante. Decostruzione in favore di un minimalismo selvaggio.

Stop Mute Defeat nasce privo di confini auto imposti, risultato di una gestazione nella quale il duo ha eliminato dal proprio vocabolario le parole “giusto” e sbagliato” – avanti veloce che dopo sette album in studio si può procedere anche a braccio. Ancora Martin Bisi (Sonic Youth, Brian Eno, Afrika Bambaataa) al mixer e un’atmosfera da Mudd Club (lo storico night club di Manhattan) negli anni ’80: una sala da ballo, un bar e tanta droga.

I White Hills si smarcano dunque dalla costruzione musicale basata sull’apporto chitarristico, esibendosi in una denuncia, neanche troppo velata, nei confronti delle potenze economico/politiche. Continua il sodalizio con una Thrill Jockey Records sempre più innamorata della band, alla quale vengono perdonati agilmente tutti i cambi sul tema (compositivo): e come potrebbe essere altrimenti? I White Hills sono ormai una certezza di genere: e passi pure in cavalleria la copertina orrenda.

Data:
Album:
White Hills - Stop Mute Defeat
Voto:
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