Marlene Kuntz – Uno

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14 Settembre 2007 Virgin www.spaziodigitale2.org

Laddove ‘Bianco Sporco’ aveva il fascino del viaggio verso una direzione, ed una direzione precisata, ma con tutte quelle svolte, incertezze e deviazioni di un periplo difficile dell’anima come la creazione di un fulgido tono nuovo che prima non c’era, questo “secondo disco” dei Marlene ne è invece il dopo, ed è il figlio di un arrivo, di un punto di svolta superato, di una certezza. Un disco stanziale. E di questa stanzialità i Marlene si prendono l’aria, e il gusto di guardarsi intorno come partigiani dopo la liberazione, e alla fine di andare a scrutare le pieghe della loro ispirazione, anche scarsamente battute. Così quanto mai la mala mela si fa canzone piegandosi sulle gentili linee aeree del piano di Paolo Conte in una delle tracce che ha fatto parlare di questo album (“Musa”), oppure lindoferreggia a profusione nell’impianto di un brano livoroso e carico di odio e spettri del passato come appunto “Fantasmi”, il cui incipit sembra uscito dalla Linea Gotica. E anche quando ribattono con sicurezza l’analisi cruda dell’anima nera della nostra società, che è la cosa che meglio sanno fare da anni (vd. “111”), non rinunciano però alla melodia, e Godano lo fa perfino cantando. E può spiazzare. Come pure può spiazzare -lo ammetto- la scelta di realizzare l’album più “prodotto” dei Marlene, con tutti i suoi riverberi e sovraincisioni, i cori di Ivana Gatti (che a me non piace molto), le piccole elettroniche del mèntore Maroccolo, e poi archi, contrabbassi, vibrafoni e quant’altro. E questo a onor del vero potrebbe anche essere un problema per un gruppo qualsiasi. Ma chi segue ormai da almeno un decennio i Marlene sa quanto non ci sia mai stato album di costoro che non abbia spiazzato l’orecchio al primo ascolto, dandoci esattamente ed ancora una volta quello che non era lecito aspettarsi. Ma con la classe e la serena dignità di chi sa quello che sta facendo. Perchè i Marlene hanno sempre rinunciato ai facili colpi di teatro, agli effettacci, a dare in pasto al pubblico “il marleniano”, a cercare l’applauso facile dei faciloni. Che vuol dire anche giurare dignitosamente nell’intelligenza degli ascoltatori, cosa che già di per sè meriterebbe un plauso, in un paese in cui basta accendere la televisione per rendersi conto che si pensa che il pubblico sia di un’idiozia belluina.
E perciò sei costretto ancora una volta a spostare l’accento del tuo ascolto, e ad aggiornare il tuo concetto di loro, così come la loro musa a loro detta. Ovvero come cavolo gli pare. Ed è Sacrosanto. Se per di più il terreno verso il quale ti conducono è quello di una preziosa forma canzone in italiano, con testi carichi che giocano sulla linea del tanto sempre come fosse niente, una chitarra eccezionale che con la calma e la classe soffusa dello sLow incunea la sua incandescenza caldissima tra le parole, le afonie di Godano, le storture, e Gianni che ti sembra di vedertelo sorridere mentre suona, come usa fare sul palco, quasi a dire “questi qui sono figli miei, sentite che bellezza che tirano giù”, beh allora stai sicuro che questi sono i Marlene. Solo che si avvicinano al diventare italianamente classici. In un periodo in cui si fa gran parlare di rock ‘n roll e della sua estetica, questi fanno tutt’altro. Con buona pace di tutti. Ah, “Negli Abissi fra i Palpiti” è proprio un bel colpo.