Mattia Donna: Sulla strada buona

Per la prima volta come headliner, Mattia Donna approda all’Auditorium Parco della Musica di Roma, in quello che ormai è da considerarsi a tutti gli effetti come il tempio della musica d’autore nelle sue varie forme, e non più come un esclusivo dominio della musica classica.
E infatti l’occasione per l’evento è la rassegna “Generazione X”, una interessante vetrina per cantautori e talenti emergenti della scena italiana, giunta ormai alla sua terza edizione, in collaborazione con Repubblica e la Fondazione Musica per Roma. E’ Mario Venuti a fare gli onori di casa e a presentare Mattia Donna al pubblico, giustamente inserendo il musicista torinese nell’alveo di quel cantautorato di rango fiorito in Italia tra i sessanta e i settanta, e quindi De André, De Gregori, giustissimo, ma con un occhio puntato anche al di là dell’Oceano. E intanto, per chiarire subito le cose, Mattia inserisce come primo brano in scaletta la sua bella cover di Another Cup of Coffee del maestro Dylan, e fin da principio appare chiaro quanto questo progetto cantautoriale si inquadri dal vivo con una forte connotazione di “band”. La sessione ritmica è affidata in questa incarnazione “on stage” al basso di Rudy Di Monte (già collaboratore dei Subsonica) e al batterista “acustico” Alessandro Bucchieri, a cui è richiesto l’arduo compito di sostituire nientemeno che il maestro Ellade Bandini, quest’ultimo responsabile delle ritmiche in sede di studio. Il resto della squadra non cambia e, pur pagando pegno di una certa visibile tensione, dimostra la solidità del lavoro svolto nei mesi successivi all’uscita del disco d’esordio, restituendo fedelmente le atmosfere di quest’ultimo e casomai rendendole più vere, come ogni gruppo di rango dovrebbe fare. E se Le Maschere Bianche si impone a tutti gli effetti come un perfetto colpo da eseguire dal vivo, la poesia di Arturo Onofri, musicata in Canto n. 32, sa vestirsi quasi di psichedelia in un arrangiamento efficacissimamente rock e per nulla fuori contesto. Suggestiva la cover di un tradizionale calabrese sulla criminalità organizzata (il Canto di Malavita, anyone?) il cui passaggio da un dialetto alla veste italiana cancella gli espliciti riferimenti al mondo mafioso, e invece indugia con acume sull’ambiguità della nostra lingua, laddove la Società Mafiosa diventa quasi in effetti la nostra Società, che – legale o non legale che sia – vive in fondo sulle medesime regole, “niente perdono, nessuna pietà/ questo lo impone, stu corpo i società”. Interessante.
Credo di essermi alzato è poi un brano che già di per se’ brilla infondo di una luce propria, dove Mattia si racconta con una lucidità disarmante, soffre, si confessa e riscatta infine lui (e quelli come lui), con la stessa intensità di un senso laico del divino e del sacro che era già di De André.
E con la stessa lucidità disarmante a fine performance ammette candidamente “ci stiamo assestando”. Sì, ma la sostanza c’è – eccome – il gruppo ha fiato, muscoli e idee, i testi convincono, la voce regge. Il resto è contorno, roba da istrioni, lustrini, i trucchi dell’attore, la conquista di un palco. E quelli vengono col tempo, con l’esperienza diretta.
La serata è stata aperta dalla godibilissima performance di un cantautore nostrano (nel senso di romano) Carlo Alberto Ferrara, che fra testi acuti e riferimenti al Capossela più sardonico diverte e convince, e con la bellissima “Il cantante galleggiate” illustra con caustica verità la condizione da pacca sulle spalle degli eterni bravi ma sconosciuti. Bravo, ma sconosciuto.

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