Morrissey @ Auditorium PdM – 07 Luglio 2012

Attitudine e Visual: Un concerto di Morrissey assume davvero i contorni di una icona. Un signore distinto inglese di mezza età, vestito in modo elegante e con un incedere vagamente lascivo, a Roma, città che ama e nella quale ha vissuto. Il palco è curato con con una strumentazione ricca nella quale spicca persino un tamburo battente mastodontico. Ci sono bandiere italiane e persino la band è vestita con la maglia azzurra inneggiante, eccezione fatta per il chitarrista tra-vestito da donna con una parrucca degna dei migliori azzardi del Vergottini style degli anni sessanta. Ma è tutto un contorno: Morrissey si annuncia con lo scorrere sul megaschermo di clip musicali vintage tra le quali spiccano vecchi video della Bardot o degli Sparks. La tensione sale, finche è una stessa immagine di Oscar Wilde con un fumetto “Who is Morrissey” ad annunciare la star mancuniana, che sale sul palco con tutta la classe e la sensualità di cui è capace. Una meravigliosa capacità di attrarre persone e cose.

Audio: Emerge immediatamente chiaro il suono della band, ben amalgamato e mai invadente sui falsetti di Morrissey, che a dispetto delle sue proverbiali lamentele sulla vecchiaia incipiente che limiterebbe le sue doti artistiche, dimostra una forma vocale perfetta. Morrissey ancora si diverte a cantare, benchè lui voglia fare trapelare il contrario. La sensazione è che la sua voce, rispetto ai tempi degli Smiths ha acquistato anche in profondità ed estensione.

Setlist: L’inizio è un capolavoro dell’era Smiths, Shopfilters of the World Unite, dove la band non fa rimpiangere le evoluzioni chitarristiche del vecchio compagno Johnny Marr. Poi una serie di classici della carriera solista tra cui Black Cloud e You have killed Me, per tornare al periodo Smiths con Still Ill. Il pubblico è in visibilio, e Morrissey sempre più sudato alterna siparietti attoriali sul palco a discorsi seri come quello contro chi mangia la carne, cercando una interazione col pubblico. I momenti più emozionanti arrivano con Maladjusted, Meat is murder e la cover di Let me kiss you to give di Frankie Valli. Poi l’inquietante Scandinavia annuncia il finale targato Smiths e con Last Night i dreamt that somebody loves me e How Soon is now. Il cuore è emozionato e il pubblico impazzito

Momento Migliore: Sentire l’attacco quasi psichedelico di Everyday is like Sunday è una saetta ai ricordi adolescenziali. E’ un pezzo eterno che Morrissey affronta pieno di se stesso. Sembra quasi in trance. In fondo le atmosfere sono molto britanniche, basta guardarne il video originali. Ma la malinconia trasognante è davvero tutta immutata anche dal vivo.

Pubblico: Morrissey è davvero un personaggio da studiare: incredibile la sua capacità di aggregare generazioni e generi. Adolescenti di allora e di oggi che danno fuori di testa, gente più matura che ascolta e osserva ipnotizzata con le lacrime agli occhi. Morrissey è unico, snob, affascinante, carico di sensualità. Proprio questo aspetto emerge nel suo rapporto col pubblico: una capacità di fare emergere l’aspetto più femminile che è in ognuno di noi, specie tra gli adolescenti, quando la maturazione sessuale è ancora al di là di giungere a maturazione.

Locura:  Unica nota stonata della serata. A metà concerto è iniziata la corsa del pubblico delle prime file a salire sul palco per abbracciare il cantante di Manchester. Isteria o emulazione. Forse bravate per mettere alla prova la sicurezza. Ci sta tutto, ma se anche a Morrissey è venuta meno la voglia di fare un ultimo pezzo, beh ci abbiamo rimesso tutti. L’aspetto artistico dovrebbe essere la prima cosa di chi assiste ai concerti, ma come dice lo stesso Morrissey siamo stati tutti giovani e pazzi.

Conclusioni: Buca le emozioni, si esce dal concerto che sembra di uscire dal liceo, quando si metteva il walkman e le cuffie e si ascoltava la sua voce. Primi dubbi esistenziali, prime paure, prime timidezze. Oggi tutto come allora, fortunatamente anche le nostre paure, fortunatamente anche Morrissey.

Le foto non si riferiscono al concerto

  • Amycasavino

    Miglior momento direi: “I know it’s over”… Indimenticabile 

  • lesamourai

    Ho vissuto quotidianamente con Morrissey buona parte della mia esistenza, dai 16 anni (gli Smiths si erano sciolti da poco) fino ai 21. Convivenza completamente solitaria, dato che non ho mai conosciuto nessuno che lo ascoltasse, e la cosa da ragazza mi ha profondamente pesato. Ma ultimamente mi è capitato di avere a che fare con giovani che si professano suoi ammiratori: beh, non erano persone così che avrei voluto frequentare ai tempi. Ho scoperto, con amarezza, che per taluni dire che si ascoltano gli Smiths è solo una questione di “moda”: persone che, alla fine, non conoscono nemmeno i testi (!) o se li conoscono non li comprendono. Semplicemente perché non li hanno vissuti. Chi davvero ama le sue canzoni è perché ci si identifica, perché ha vissuto così, patito le stesse (o simili) sofferenze del cantante: non è come ascoltare un qualsiasi altro cantante. Gente che ha una più che vivace vita sociale, che esce, che ha decine e decine di relazioni (soprattutto sessuali), che non ha problemi particolari in famiglia, che non è complessata, isolata, emarginata, che la solitudine vera non sa nemmeno cosa sia, dato che è sempre immersa nelle compagnie e circondata da amici, NON può capire realmente l’essenza di questa musica.
    Mi è dispiaciuto molto non andare a Genova ed avere così, per la prima volta, la possibilità di vedere e ascoltare Moz dal vivo, ma son disoccupata e i soldi per viaggio e biglietto non li avevo: ma dalle interviste che ho letto e dalla gente “finta alternativa troppo giusta” che ho visto, penso che mi sarei sentita, come sempre, un pesce fuor d’acqua. Sentire una ragazza che urla che Morrissey “è stilosissimo”, mio dio, che tristezza di gente…
    Io sono altro. I veri ammiratori degli Smiths dovrebbero essere altro. Lontanissimi da certe dinamiche effimere e superficiali.
    Vorrà dire che seguiterò ad ascoltarli in solitaria…