Ant-Man di Peyton Reed

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Ripensando Ant-Man, viene in mente l’adagio sulla struttura alare del calabrone che, in relazione al suo peso, non è adatta al volo. Ma lui non lo sa, e vola lo stesso. Se il Calabrone del film è già metafora miniaturizzata della volontà di potenza (di fuoco) militare di elevarsi oltre, la creatura di Peyton Reed funziona in modo simile. Spiccando il volo sullo schermo senza incorporare alcunché di trascendentale. Con imbranata e improvvisata incoscienza da principiante, fa a meno di scudi infrangibili, corazze high-tech e martelli ultraterreni. Planando agilmente su un terreno già ampiamente battuto dai colossi Marvel, ma non ancora su scala sotterranea e minimale, tutta da esplorare. Aggirando – dal basso e dall’infinitamente piccolo – complessi di inferiorità e ansia da prestazione supereroica. Per nulla sminuita e rimpicciolita a confronto con il titanismo roboante e l’arsenale scenico degli Avengers, categoricamente esclusi dalla missione dal dottor Pym. Al netto di un’inside joke alla base del team che serve solo a contrapporsi a una grandeur sconsiderata e ribadire la confortevole e congeniale ristrettezza dell’operazione in formato ridotto: il furto d’un marchingegno d’alta tecnologia che giganteggia sugli schermi olografici di Pym, per poi rivelarsi grande appena quanto una pila.

Perché qui, all’incrocio di fantascienza, heist movie ed action-comedy, si lavora di fino, di strategia e dettagli, a livello micro, perfino subatomico. Ci si infila in tubi e condotti angusti, spingendo pulsanti al momento giusto e spegnendo grate laser al millimetro. Non serve scoperchiare l’asfalto, polverizzare edifici, radere al suolo città. Per una volta “le dimensioni non contano”, e la misura si colma nel corpo discretamente prestante, nel volto rom-com velatamente malinconico di Paul Rudd, che regge benissimo sulle spalle – da perfetta formica tenace – gli urti gravosi del cinecomix. Senza affannarsi a rincorrere la sfacciataggine piaciona di Downey Junior o la barbara imponenza muscolare di Thor.

La Marvel vince comunque perché sa gestire – da un film all’altro, e all’interno dello stesso film – il salto continuo dal sacro al profano, dai semidei onnipotenti alle formiche ammaestrate, dalla minaccia tecnologica al ridicolo volontario, dal kitsch alla poesia, senza minare senso e ritmo della continuity, come Scott Lang che impara a farsi grande o piccolo a fasi alternate, scivolando in corsa sotto la porta in un’unica, velocissima scia. Giocando sullo scompenso tra l’epica celebrativa dei sorveglianti bigger than life e la riscossa dell’anonimo furfante di periferia che la sua mitologia di eroe protettivo se la deve costruire da zero.

Per una figlia da riabbracciare, conclusa l’esplorazione del magma quantistico di possibilità del corpo e del cinema che cita Interstellar e il suo mondo intimo dietro la parete. Ant-Man finisce per abitare lì, nelle camere da letto dell’infanzia. Dove si materializza il mostro e si attende l’arrivo dei buoni, dove tutto si consuma e si risolve all’insaputa degli adulti. Vista dall’occhio impreparato di Falcon o da genitori turbati, dal controcampo neutro – da fuori e da lontano – del totale della stanza dei giochi, la battaglia è poca cosa. Molto rumore per (non sentire) nulla.

Bisogna abbassarsi ancora un po’. Aderire alla tuta di Ant-Man come a un punto di vista e una proposta di visione che calzano più con la rianimazione giocosa e immaginifica di Toy Story, con insetti grossi come cani e oggettistica oversize scoppiata fuori in un plop fumettistico alla “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi” che non con la solita, burrascosa e tecnologica guerriglia urbana.
Mica poco, per una formica.