La notte romana degli Afterhours

afterhours live report rocklab 2016
“Sembra un dio!”
, ha esclamato una ragazza all’indirizzo di Manuel Agnelli, durante l’ultima data romana, di martedì 19 luglio, degli Afterhours, presso l’Ippodromo di Capannelle. Niente male per chi, quasi vent’anni fa, apriva un album bestemmiando Cristo (“1.9.9.6”, da “Hai paura del buio?”). Certo che quella ragazza, colta da un raptus di matrice mistica, non aveva tutti i torti. Il leader degli Afterhours (esatto, il leader), preso a pernacchie dagli internauti più oltranzisti per la sua partecipazione ad X-Factor nelle vesti di giudice, ancora oggi, e forse più di ieri, svetta in mezzo al palco seguendo la miglior tradizione messianica (capelli lunghi, e una strana saggezza che pare ammorbidirne gli spigoli facciali). Non è amato da tutti, ma sa farsi rispettare. Ecco i suoi punti abilità: tantissima esperienza, un repertorio invidiabile, una forma vocale ottima, una fiamma compositiva mai sopita, e il sapersi destreggiare fra piano e chitarra. Vi sembra poco?

“Folfiri o Folfox”, il doppio album uscito di recente, è ben lontano dalla fase metabolica, ma sta già dando i primi frutti dal vivo. Pezzi come “Grande”, o “Il mio popolo si fa”, insieme alla perla “Fra i non viventi vivremo noi”, non sfigurano accanto agli inni del passato (cioè di quasi trent’anni di carriera). E il singolo “Non voglio ritrovare il tuo nome”, merita di sicuro un posto fra i classici della band. La band, a proposito. Nonostante i nuovi innesti di Fabio Rondanini alla batteria e Stefano Pilia alla chitarra, abbiamo assistito allo show di un ensemble consumato, nel senso buono. Attitudine garage, ma con la raffinatezza che non ti aspetti. Crescendo pop sanremesi, col noise che attende minaccioso in cima. Il punk, la psichedelia, la canzone d’autore (che formule ci tocca usare), che esce quasi rinvigorita dopo tante sevizie.

Una scaletta intelligente, quella del concerto romano. Un greatest hits, ma compilato a cuore aperto. Due bis, i nuovi brani fusi splendidamente con i vecchi. La sorpresa di una “Pop” in versione voce e chitarra (non una novità assoluta, comunque). Una bellissima “Costruire per distruggere”, l’ovvia chiusura (ovvia ma ancora una volta memorabile) affidata a “Bye Bye Bombay”. E in definitiva una band che promette un futuro scintillante, incredibile a dirsi, dato il curriculum vitae da capogiro. Una consacrazione? Perché no?! Il pop nostrano che va a braccetto con le dissonanze più estreme. Un lusso per pochi, donato a un pubblico numeroso. Agnelli come un Ligabue nevrotico, surrealista, con la bava alla bocca, e poi improvvisamente tenero. Un padre, un figlio (“Folfiri o Folfox” ruota attorno alla scomparsa del papà) e uno spirito santo del nostro rock. Già, cambiamo prospettiva, e togliamo di mezzo il pop, perché la verità è che gli Afterhours, se mai hanno introdotto una certa nevrosi, l’hanno introdotta nel nostro rock. Con buona pace di Vasco e dei suoi adoratori.