Sycamore Age + Kuma live @Wishlist Club, Roma, 12/11/16

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Una serata d’altri tempi, quella di sabato scorso a Roma, in zona San Lorenzo. Per delucidazioni, prego citofonare Wishlist Club, e chiedere di Sycamore Age e compagnia. Non è vero che tutto è perduto, e non è vero che il passato è ciò che vogliono farci credere: lettera morta, trascurabile, inservibile. Magari irreplicabile, ma non per questo arida di spunti, di sentieri da scovare nel buio. “Vieni, c’è una strada nel bosco, il suo nome conosco, vuoi conoscerlo tu?”. Il nostro non era un bosco, era Roma. Meglio, era la Roma di San Lollo, che sprezzante del darwinismo mainstream tiene in vita con accanimento terapeutico, a suon di locali e di serate come quella del passato weekend, il volto più indecifrabile di un certo vivere sociale a latere. Sotto gli eterni cipressi del Verano,  pizzute candelacce della morte.

Tutto è iniziato con la presentazione, ad opera dei giornalisti Paolo Brogi e Irene Ranaldi (un’altra cosa, l’intera serata portava la firma dell’associazione Slowcult) di un documentario ambientato in ben altro cimitero, quello Acattolico del Testaccio. Seguendo le tracce de “Le Ceneri di Gramsci” abbiamo dunque assistito ad una ricostruzione/interrogazione circa il cammino dell’Umano (“potrò mai più con pura passione operare, se so che la nostra storia è finita?”, così recita in chiusura il poema di Pasolini scritto nel 1954). Prima che salissero sul palco i gruppi, ovvero i Kuma e i Sycamore Age, per mettere in scena due concerti all’insegna del new millennium psych, ci siamo dolcemente persi nei meandri di squisitissime questioni filologiche (nel documentario appariva anche Luciano Canfora). “I quaderni del carcere” (e delle cliniche) di Antonio Gramsci erano 33 o 34? 34 o 35? C’è un quaderno mancante? Cosa c’era scritto? Davvero una serata d’altri tempi, dove si è rievocata addirittura la psicogeografia situazionista in relazione alle periferie romane, sempre grazie a Irene Ranaldi.

Poi la musica. Iniziata tardi, ma è valsa l’attesa. I romani Kuma, già all’attivo da qualche tempo, sono stati una bella rivelazione. Un trio di polistrumentisti che amano sperimentare dentro e fuori gli stilemi del prog. Impressionante, in più di un passaggio, la vastità baritonale di Alessio Brugiotti, batterista e lead singer della band. Un fiore ruggente, con semi sparsi fra Canterbury e Woodstock. Un uso intrigante del sequencer, un ampio ventaglio di virtuosismi, un  senso della melodia sposato a suggestioni neo-folk, world-music, new-wave. Come dei Talking Heads in Area non protetta. Peccato solo per il ferreo ricorso all’inglese (a questo punto, meglio un melting pot linguistico sempre nel segno di Stratos, no?). Un trio da tenere d’occhio (con le nostre orecchie).

Quanto agli aretini Sycamore Age, stiamo parlando ormai di un punto di riferimento dell’insperata nuova psichedelia italiana. Sulla stessa lunghezza d’onda dei Kuma, ma con un istrionismo teatrale e una vena barocca più pronunciata, questa banda di musicisti ci ha proposto un menù degustazione comprendente soffici e sinistri arpeggi fra Radiohead e Traffic, folate di violini elettrici, fiati alle trombe del demonio, e un amor di rumorismo che ci spara indietro di un cinquantennio, perché no, fino a “The piper at the gates of dawn” dei Pink Floyd. Perfect laughter, il loro secondo album datato 2015 (che segue l’esordio eponimo del 2012) è uno spettrogramma che radicalizza la strada intrapresa. Più colori, più sfumature, ancor più esperimenti. La voce di Francesco Chimenti (“Andrea torna al rock”, cantava Fiumani, ma anche il figlio non scherza) si è mossa con destrezza fra il registro alto naturale, il falsetto, e lo sgretolamento prossimo all’urlo. Unico difetto (a meno che non avessi impostato male l’ora sul cellulare, il che non è da escludere), il set è iniziato dopo l’ora delle streghe.

Riflettendoci, però, è stato un gesto doveroso, perché insieme alla mezzanotte è scattato anche il 13 Novembre, ossia il primo anniversario della strage al Bataclan di Parigi, com’è stato ricordato prima delle danze.  Ed ecco che torniamo al documentario su Gramsci e sul cimitero Acattolico. Chi visita la tomba del cervello cofondatore del P.C.I, costretto ai ceppi sotto il regime fascista, è infatti solito lasciare delle pietruzze col proprio nome, o con un messaggio. E qualcosa la ricordiamo anche noi: si può essere subalterni rispetto alla classe dominante, ma chi è subalterno culturalmente è suddito due volte. Ben vengano quindi, nell’era del terrore e della frammentazione, serate come questa. Ben vengano le piccole pietre.