The Cavemen + The Gentlemens @Bronson, 04-03-2017

cavemen

Molto spesso le etichette con le quali bolliamo i nostri ascolti fanno più danni che altro. Una comodità nella catalogazione, direte, un input per il rimando immediato: vero in parte. Ad esempio il concetto di “Punk music” si presta ad infinite interpretazioni; se ci pensate bene, tutte riconducibili ad una certa urgenza espressiva. Molte cose finiscono dentro il calderone, troppe, facendoci talvolta perdere di vista il punto.

Qual è il punto? Ormai nessuno lo sa. Ma se anche voi assistite da un ventennio (o anche più) – come chi vi scrive – a certe manifestazioni di furia primigenia, forse il vostro corpo avrà cominciato a sviluppare l’abitudine nel riconoscere chi sta suonando come se il mondo finisse domani.

In questa schiera di musicisti viscerali possiamo certamente includere i The Gentlemens. Vi abbiamo già parato (in maniera entusiastica) del loro ultimo “Hobo Fi“, ed in confidenza possiamo tranquillamente confermarne la bontà d’esecuzione anche in sede live. Quello che stupisce è però la tenacia, nonché l’interpretazione. Sul palco, il Rock’n’Roll dei padri incontra un Blues fresco d’emancipazione Punk-Rock; é tutto nelle movenze, nell’esecuzione, nell’approccio adrenalinico ad una materia che vede come nume tutelare quel Larry Hardy di stanza a Los Angeles – lo stesso che con la sua In The Red Records ha garantito nuova luce ad un manipolo d’eroi statunitensi. Loro, gentiluomini prima e dopo lo show, si tramutano in demoni appena toccato lo stage: qui, sotto la guida lasciva di un’orda di anime dannate appartenute al gotha di genere – dai cinquanta ai giorni nostri. Sono di Ancona e andrebbero sostenuti, magari andandoli a vedere e comprando i loro dischi. Il fatto che la cultura nostrana non preveda un passato storico (per queste sonorità) tale da garantirne il conseguente passaggio sui canali privilegiati per l’audience, e neppure i vostri “indie” influencer preferiti ne parleranno mai: non è una scusa. Se conoscete un minimo la dinamica – a meno che non viviate a Calcutta –, e vi fidate (a vostro buon cuore) di chi scrive, andrete sul sicuro.

Bene, dopodiché arrivano i cannibali.

La giovinezza, gli ormoni, ed un fuoco sacro che fa il paio con quella sana ingenuità di chi sta bruciando i propri vent’anni sul palco. Una sensazione d’onnipotenza che avete vissuto tutti (se in mezzo alle gambe avete qualcosa), magari incanalandola nelle maniere più svariate. Nel parterre, il sesso femminile osserva (all’apparenza) intenerito tutte le deliranti spacconate dei ragazzi Neozelandesi – la “madre” scaturisce sempre al passaggio del giovane testosterone, al netto di quelle mutandine bagnate di cui non vi parleranno mai.

I The Cavemen come una delle massime espressioni del “Live Fast Die Young” viste negli ultimi anni.

La cronaca attitudinale è la seguente: immaginate una formazione di kamikaze piantata sul palco con il modulo ultra offensivo dei Ramones, che presenta un frontman dal torso nudo (à la Iggy degli esordi) letteralmente indiavolato, pronto nel mutuare i deliri scenici di un Biafra sotto acido, e ci sarete vicini – due tatuaggi sulle fiancate del giovinotto, da una parte “Cretin” e dall’altra lo stilizzato di una tomba.  Gli altri componenti non sono da meno: si contorcono e si divertono da matti nel raccogliere polvere e rimasugli di birra rotolandosi sul palco, manifestando tutta una riffologia che dalla vicina Australia (Radio Birdman) arriva fino alla West Coast del Garage-Punk Americano. Questo, suonando ad una velocità che manderebbe in tilt la maggior parte dei propri parigrado. Rifanno “Born To Hate” e qualcosa in più, mandandoci al bancone (a concerto terminato) con una consapevolezza del presente che neanche Osho.

Il delirante post concerto li ha visti, come da tradizione, alla ricerca di cavie giovani per le proprie sperimentazioni sessuali. Abbiamo provato a spiegare loro qualche stupidissima frase ad effetto in italiano, qualcosa che rimanesse in tema con la loro etica da “uomini delle caverne”: ma come da copione l’istinto ha prevalso.