Ryan Adams @Auditorium Parco della Musica – 11.07.2017


Attitudine e visual:

Chi vi scrive ha senza alcun dubbio un debole per l’Auditorium di Renzo Piano. Anche e soprattutto nella sua espressione estiva della Cavea. Oltre all’aspetto estetico, capace di catapultarti nella pancia della balena di Pinocchio, la cosa affascinante è l’osmosi che si crea fra palco pubblico. Quando si spengono le luci diventa un tutt’uno e il palco sembra il centro di una atmosfera sognante dove l’artista, con la sua band, hanno tutta la scena che meritano, come se non ci fosse un inizio e una fine dello spazio.

Audio:
L’acustica sembra dare davvero il suo meglio in performance come queste. Un suono strutturato e complesso che viaggia lungo percorsi punk, attraverso il folk rock, il jazz fusion e persino l’improvvisazione. Eppure questo connubio sembra trovarsi alla perfezione; come fosse a casa propria. Merito del palcoscenico e della location. Ma soprattutto merito di Ryan Adam e della sua band di assoluto livello. Ryan, non solo è uno dei rocker migliori della propria generazione, ma ogni volta rivela sul palco le sue doti da strumentista.

Pubblico:
La vera nota dolente della serata. Pochissima gente e anche mal disposta. Ma purtroppo questo aspetto è figlio di una degenerazione che la cultura sta vivendo nella Capitale. C’è la sensazione diffusa che in questa città la vita culturale si sia spegnendo lentamente. Il perché è frutto di una rassegnazione complessiva che finisce per danneggiare anche i grandi piccoli eventi come i concerti dell’auditorium. Viene da chiedersi quale riflesso lasci su artisti esteri la situazione. L’amarezza dunque è davvero tanta.

Locura:
Davanti al sottoscritto c’erano due fan, molto trendy nel look, probabilmente britannici (visto l’accento). Beh hanno passato le oltre due ore del concerto a scolarsi una intera bottiglia di sherry, la cui qualità non sembrava eccelsa visto l’odore. Tutto questo mentre dal palco si ammoniva il pubblico nel non usare il flash, in quanto Adams è da sempre sofferente di un disturbo che gli può causare attacchi epilettici. Ma per fortuna tutto è filato liscio.

Momento migliore:
Una carriera così eterogenea che oramai ha superato di gran lunga i due lustri si riassume difficilmente in un concerto qualitativamente omogeneo. Ryan è davvero bravo, anche se a volte sembra abbandonarsi al proprio mondo, con la conseguenza di dilatare sul palco anche episodi musicali che non lo meriterebbero fino in fondo. Per questo motivo segnaliamo la prima parte del concerto come la più godibile, con brani come “Do you still love me“, “When the Summer ends” e “Stay with me“.

Conclusioni:
Non sono moltissimi gli artisti che dimostrano di avere questa forte carica rock unita a una voglia pazza di sperimentare, anche a rischio di dilatare troppo le composizioni. Forse l’unico paragone che potrebbe reggere è quello con il buon Neil Young, in questo una sorta di padre spirituale del giovane statunitense. Non si rinuncia infatti a produrre qualcosa di valido anche dal punto di vista commerciale. Il finale affidato a “We Disappear” e a “To be without you” confermano la voglia di Ryan Adams di tornare protagonista. Il ragazzo ha un vero talento nella sua research musicale, e non sono stati né il caldo né altro a farlo desistere dal concedersi musicalmente al suo pubblico, piccolo in Italia ma di veri aficionados.