Democrazia #17 – Mimmo D’Ippolito – Vegetable G – Thegiornalisti

Leggendo le cartelle stampa ed i credits allegati ai cd che ricevo ho sempre più la sensazione che la questione “collaborazioni” stia diventando inesorabilmente un pretesto per poter permettere alla band in questione di inviare un messaggio subliminale del tipo “Hey, anche noi facciamo parte della scena, guarda chi ha registrato/suonato con noi in questo album!”.

Questo ammiccamento diventa di giorno in giorno più pretestuoso, ed anzi penso (o meglio, le mie orecchie percepiscono) che la maggior parte di queste collaborazioni invece di arricchire il lavoro di un artista emergente, mettendone in risalto la personalità e le varie particolarità, lo appiattiscano sempre di più verso una standardizzazione sonora preoccupante. Insomma, sempre più spesso mi capita fra le mani quello che definirei “il cd omologato della scena indie”, nel quale non si trovano di certo grosse sorprese. Di solito applico una feroce scrematura su questi album. D’altronde mi trovo anche io in difficoltà nel giudicare una serie di lavori che dal punto di vista sonoro e della produzione sembrano venuti fuori come polli in batteria. Se è vero che ad ogni stimolo corrisponde una reazione, ritrovarsi a dover affrontare più o meno le stesse soluzioni di produzione artistica applicata  a svariati album o demo mi provoca alla fine delle reazioni che non variano più di molto, così mi limito a considerare più o meno favorevolmente il lavoro che ho di fronte a seconda dell’aderenza alla proposta artistica, ma di nuovi stimoli manco a parlarne…

Sarà un bene per dieci band diverse condividere lo stesso arrangiatore di archi? Sarà saggio per altre dieci band farsi missare l’album sempre dallo stesso tecnico del suono?  Sembra non sia una questione rilevante per alcuni artisti: probabilmente barattare un nome importante nei crediti per quel po’ di identità che serve a distinguersi dagli altri acquista un plusvalore a livello di promozione, ma è un valore che le mie orecchie non riescono a percepire.

Il primo ascolto di oggi devo dire che mi ha dato del filo da torcere: Mimmo D’Ippolito da Brindisi mi manda il suo Eternalkeys, un album totalmente strumentale che all’ascolto sembra una specie di spin-off delle colonne sonore scritte dai Goblin per i film di Dario Argento. Melodie oscure, fanfare funebri, atmosfere dark, il tutto suonato con quella che mia madre chiamerebbe… una pianola. Non riesco a prendere sul serio un lavoro che suona tutto così di plastica, così finto, così MIDI. Non è la bravura che manca a Mimmo, da compositore, arrangiatore o esecutore: sembra piuttosto che manchi il gusto per poter presentare un lavoro che per lo meno sia aggiornato nel sound. O magari i mezzi, ma questo non posso saperlo. Posso solo considerare questo lavoro come un ipotetico biglietto da visita per un compositore che vuole dimostrare di essere capace e di avere le carte in regola per impegnarsi nella scrittura di colonne sonore, ma non di più… Per poter essere preso veramente sul serio, o per presentare un lavoro che possa dirsi compiuto, c’è bisogno di lasciarsi indietro i suoni programmati e mettere mano a strumenti veri, evitando di fare tutto da solo. Trovare altri strumentisti per arricchire di suoni e di personalità i brani può essere una strada importante da seguire.

I Vegetable G presentano invece, dopo 4 album, il primo lavoro in italiano, dal titolo L’almanacco terrestre. Archi, voce soffiata, tempi surf su batterie dal tocco leggero: un album dalla vocazione intimista, un po’ Baustelle (L’almanacco terrestre) ma anche un po’ Bluvertigo (La voce di Pan). E’ un periodo che mi arrivano molti album che calcano queste orme, ma mi sento di dire che questo si presenta in una forma più godibile rispetto ad altri suoi simili. A partire soprattutto dalla produzione, veramente ben calibrata, per arrivare ad una tematica appunto astrale, poco concreta, easy-listening, ma non leggera nel senso frivolo della parola. Interessanti poi certi aspetti attraenti ed ipnotici, ad esempio il modo in cui i membri del gruppo siano riusciti a mettere in evidenza con gli arrangiamenti anche testi un po’ sghembi ed un po’ nonsense (vedi brani come L’uomo di pietra). Non è questo un album che presenta tormentoni, né il mood o la qualità dei brani ha delle evidenti oscillazioni, piuttosto è un disco che scorre pacioso in un flusso che sembra non avere soluzione di continuità: la tracklist può essere considerata come circolare, senza un vero inizio od una vera fine, in un moto perpetuo, come i pianeti appunto. Un album carico di buone sensazioni, da ascoltare almeno 2-3 volte di fila.

Ultimi della sessione troviamo Thegiornalisti da Roma. Questo Vol. 1 è stilisticamente un tributo a band come Strokes et similia, e in effetti i ragazzi sono abili nel riproporre fedelmente lo stile e le atmosfere che i fans del genere conoscono a menadito: Siamo tutti marziani è un brano ben scritto, radiofonico a catchy quanto basta, ma rimane purtroppo nell’ambito dell’esercizio di stile (così come il brano E menomale, altra song look-a-like alla Casablancas&Co). Si potrebbe pensare di avere fra le mani i nuovi Strokes italiani, o si potrebbe pensare di avere in mano una band con una identità totalmente presa in prestito, in ritardo di dieci anni sulla scena attuale, italiana o internazionale che sia. In altri brani come Animali si sentono invece rimandi più beatlesiani: il songwriting migliora, ed anche se ci troviamo in strade già battute da band molto più mainstream come le Strisce, o magari da un certo Cremonini, forse sono proprio questi brani più di ampio respiro a mostrare il carattere più personale della band (Autostrade umane è il brano migliore di questo lavoro, quello anche dotato dell’interpretazione più convincente). Oltretutto all’analisi dei testi emerge quanto su libretto questi sembrino anche avere un certo appeal, ma all’ascolto né l’interpretazione né la produzione riesca a metterli in evidenza come dovrebbe, affondandoli anzi in un magma di parole, senza che nessuna frase venga veramente sottolineata o portata all’attenzione dell’ascoltatore (perché poi così tanto inutile riverbero?). Nel complesso un lavoro discreto, non malvagio in definitiva, ma penalizzato dal fatto di essere decisamente fuori tempo massimo e troppo debitore di altro. La sensazione è che Thegiornalisti non siano una band fresca, piuttosto qualcosa di servito scongelato.