Soundgarden @ Fiera di Rho (Milano) – 4/06/2012

Entrando nell’arena concerti della fiera di Rho il colpo d’occhio è inquietante: sembra che tutti i nostalgici degli anni ’90 si siano dati convegno qui, sotto il piacevole sole dei primi di giugno a tributare onori ai propri anni dell’adolescenza. Magliette d’epoca e qualche capellone la cui chioma resiste imperterrita al passare delle mode e degli anni completano il quadro.
La scaletta dell’evento, mezzo festival e mezzo concerto, vede avvicendarsi sul palco Triggerfinger, The Gaslight Anthem, gli riuniti Afghan Whigs (con un Greg Dulli dimagrito e in gran spolvero), una performance al fulmicotone dei Refused, e infine, alle 21:30 i tanto attesi Soundgarden, che mancano in Italia da circa sedici anni. Concentriamoci sulla loro performance.

Attitudine e Visual: Chris Cornell è sempre lui, magro e atletico come non sentisse nemmeno i suoi cinquant’anni ormai alle porte, con ancora buone cartucce da sparare. Chi se lo aspettava sporco e cattivo si deve ricredere: maglietta bianca e giacchetta. Ma alla fine chi se ne frega. La sua performance sul palco è credibile, solida ed energica come era lecito aspettarsi, forse di più. Ed è anche incredibilmente sicuro delle sua capacità vocali, cosa che preoccupava maggiormente i fan di lungo corso. Meno in forma dal punto di vista estetico Kim Thayil, panzone e con uno zuccotto calato in testa con tanto di coda di cavallo brizzolata. Il risultato è più vicino a un vecchio pescatore che a un rocker d’annata. Matt Cameron è invece sempre lo stesso, la solita macchina da guerra ritmica travestita di modestia, faccia da eterno ragazzino e potenza assassina. Dietro di loro un telo con il logo dei Soundgarden altezza Badmotorfinger, che all’occorrenza diventerà uno schermo per proiettare alcuni visual e l’immagine di un occhio semovibile. Impianto luci faraonico da manuale, ma… Ecco, tutto è in stile con il revival di quegl’anni in cui era la performance a concentrare l’attenzione del pubblico, e non il contorno.

Audio: ottimo e coinvolgente, volumi a cannone e bassi direttamente sparati in pancia, come dev’essere. La notizia vera è che Cornell vocalmente sta benone, si spara anche diversi acuti prolungati non richiesti, e si prende il lusso di giocare col pubblico con dei vocalizzi botta e risposta, spingendo le sue corde vocali sempre più alto, finché il pubblico non desiste (e allora Chris sorride sornione, accennando un applauso di sportività). Matt Cameron è il vero vincitore della serata, una bastonata che trascina con sé tutta la band, che dal canto suo risponde granitica e convincente. Fossero tutti così i concerti, ci sarebbe da godere.

Setlist: tutto quello che coloro che erano lì sognavano di ascoltare. Praticamente un “best of” della band, che ha come punti cardinali Badmotorfinger e Superunknown, con qualche puntata in territorio Louder Than Love e qualche altro brano spaiato: Hunted Down, primo singolo della band del 1987 ricomparso sulla recente raccolta Telephantasm, e la mediocre Live to Rise, estratta dalla colonna sonora del film The Avengers.
Ma lo show è tutto un susseguirsi di vecchie conoscenze. Risentire tra le altre Gun, Fell on Black Days, My Wave, The Day I Tried To Live, Outshined, Rusty Cage, Jesus Christ Pose, 4th Of July ed una prolungata Slaves & Bulldozers non ha prezzo. Anzi ce l’ha, ed è alto, ma in fin dei conti non si esce insoddisfatti. Da segnalare una Black Hole Sun eseguita dalla band con le proverbiali “palle in mano”, ma alla fine li si può ben capire.

Locura: sul palco poco da segnalare. A pochi passi da chi scrive però, un vecchio fan mostrava impudente il dito medio in faccia Chris durante l’esecuzione, evidentemente non gradita, del singolone commerciale Live to Rise.

Pubblico: scegliete tra queste parole – attempato, nostalgico, devoto. Pochi i ragazzini, moltissimi i trentenni e all’occorrenza anche i quarantenni, com’è logico che sia. Non molto numerosa l’affluenza nel pomeriggio durante le performance dei gruppi di apertura, complice il lunedì lavorativo (lo stesso Greg Dulli dal palco esprime la sua perplessità sulla scelta del giorno, notando evidentemente un parterre non molto gremito per un festival). Il pubblico è decisamente rinfoltito e caldo quando salgono i Soundgarden. Non basta comunque a riempire la sterminata arena: il prezzo molto alto del biglietto ha sicuramente influito.

Momento migliore: l’inizio del concerto, Searching with My Good Eye Closed in doppietta con Spoonman sono un uno-due che ti rigetta in quel mondo di ascolti su walkman a casetta, quando sognavi Seattle sull’autobus per andare a scuola. E da lì è finita: sei in piena modalità revival. Sabato al mercatino dell’usato, domenica a fare i compiti con il mal di testa della sbronza della sera prima. Sperando che lunedì la prof non interroghi.

Conclusioni: Una reunion non motivata esclusivamente dal denaro, ma anche da percepibili motivazioni di sentimento e di pancia. L’effetto è di una band in forma, che ha voglia di suonare e di stare sul palco, ed è rassicurante. Qualche incertezza la si prova quando Chris Cornell annuncia il nuovo album ad ottobre. Si teme il peggio: se la colonna sonora di The Avengers è il buongiorno, allora sarà certamente una brutta giornata. Speriamo di essere smentiti da un disco che non rovini il ricordo di una band dalla discografia quasi impeccabile.

Guarda la Gallery

Foto di Federico Tisa

  • loud-love

    Da ex- collaboratore di rocklab non posso esimermi dal dissentire con gran parte della retorica  con cui si è infarcito questo report (ma ci è stato sul serio a Rho?)

    La verità è che Cornell & friends (non cita giustamente Sheperd, che è in un fase pre-geriatrica e andrebbe invisibilizzato per il benessere comune) hanno confezionato un compitino di un’ora e mezza che, per quanto piacevole possa essere stato per chi negli anni ha consumato i loro dischi- singoli – bootleg (ricordo che i SG non hanno mai pubblicato un disco LIVE prima dello scorso anno), non può non aver quantomeno turbato lo spettatore medio già dopo 15 min. di esibizione.

    Il pubblico, come giustamente nota, era composto da 30 enni che (come il sottoscritto) hanno dovuto togliersi giacca e cravatta in un lunedì lavorativo qualunque,  fermandosi nel parcheggio di una banca, infilandosi sotto il solleone  un jeans e una maglietta bucherellata rispolverati nei vani più reconditi del proprio armadio.

    Insomma, rho 2012 lo si è vissuto quasi come un obbligo, “non puoi non esserci!”
    Io oggi comincio a comprendere chi non si è presentato.

    Per chi (ripeto, come il sottoscritto) è nato ad anni ’80 inoltrati i SG e Seattle sono stati un piacevole REVIVAL già 15 anni fa, di conseguenza Rho 2012 è stato il REVIVAL di un REVIVAL, per una sera.

    Piacevole, largamente interrogante, ma in fondo dolce-amaro.

    I 40enni in sandali e canotta invece, coi panini imbottiti nello zaino e il pupo che aspetta a casa dai nonni, coloro che anagraficamente negli anni ’90 hanno vissuto i SG, parevano al più non avere la forza di chieder il conforto di una bastonatura. Non sono cambiati, sembrano inorgogliti di vivere probabilmente ai margini della società. E sembrano ancora avere la puerile innocenza di credere che Cornell & soci abbiano molto da spartire con loro.

    E’ invece appurato come sia la capacità di marketing/management di Cornell il collante che lo lega maggiormente ai 30 enni di oggi, molto meglio della sua  reinverdita chioma. Di capelli lunghi maschili tra il pubblico infatti non vi era l’ombra o quasi.

    Guido Villa