Fenomenologia del Beaches Brew Festival

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Rumore. Dall’approdo in pineta fino alla spiaggia. Il tonfo delle moretti che impattano con il terreno ricoperto dagli aghi di pino marittimo, ed il sincronismo degli spray anti zanzare; l’odore del mare, di un baracchino che vende panini (di un certo livello) e di qualche benpensante che probabilmente stasera si farà il primo bagno dell’anno dell’estate.

Perché si viene qua/non si vede l’ora che cominci?

Noi abbiamo una teoria. Ché se fosse tutto riconducibile al semplice binomio “gratuità-band fantastiche” (che comunque aiuta molto eh!) forse non riempiresti, a questi livelli, il locale, la spiaggia e collinetta a destra del palco; o forse si, ma senza percepire quell’entusiasmo negli occhi della gente. “Che figata di posto è?” (Cit.) in loop costante, da farti sentire anche un po’ più orgoglioso di riflesso: dai, siamo tutti Romagnoli infondo.

Insomma, il fenomeno è ormai rodato, e lo sappiamo. Bronson d’inverno e Hana-bi d’estate; la Bronson Recordings che decolla e l’amato Alex Zhang Hungtai (Dirty Beaches) che dal palco dell’Hana-bi, e dal singolo “Tarlabaşı” ‎(Bronson Recordings, 2012), finisce per chiudere una puntata di Twin Peaks.

Il punto è l’atmosfera, la condivisione.

Nel giro di qualche edizione e senza alcuna pressione/richiesta a chi di dovere – quindi potenzialmente alla portata di chiunque – ho discusso con il sopracitato Hungtai, e Luis Vasquez (Soft Moon), sbaciucchiato EMA (hey! sulle guance!), visto Lee Ranaldo e Steve Shelley autografarmi tutti i dischi che possiedo dei Sonic Youth con seguente ringraziamento per aver sostenuto la loro musica – di nulla Lee, vai tranquillo –, conosciuto un affabile Elijah Woods (Frodo de Il signore degli anelli) in spadrillas e cappello di paglia, battuto il “cinque” a Dylan Baldi (Cloud Nothings) mentre mi spiegava come per lui sia meglio fare un autografo in stampatello, gigioneggiato con gli Allah-Las, e potrei andare avanti.

E penso inoltre che per gli artisti, alcuni artisti, non sia poi tutta questa fatica venire a suonare a Marina di Ravenna, anzi presumo che per qualcuno rappresenti una sorta di vacanza pagata con le date segnate sul calendario sotto la dicitura “Ferie”; non che sul palco i musicisti si risparmino, tutt’altro, piuttosto una forma d’interazione “felice” con il proprio pubblico, l’ambiente, la spiaggia.

Per questo, mentre ieri sera osservavo le splendide esibizioni di King Khan & The Shrines (Prima) e dei King Gizzard & The Lizard Wizard (poi), non mi sono stupito di avere un assorto Steve Albini al mio fianco per tutta la durata dei concerti; pantaloni corti e felpa(?), sguardo basso e guai a spingerlo inavvertitamente – no, non ci ho parlato, perché sapete un filo di timore reverenziale verso il genio, ma soprattutto verso un uomo capace di pensare pezzi come “Kerosene” (da Big Black, Atomizer) rimane, vediamo che accade stasera: suonano gli Shellac.

C’erano gli amici The Devils – gente capace di infiammare il palco e stupirti post concerto: del tipo che se dovessero inavvertitamente urtare la vostra birra saprebbero come rimediare (grazie Erica) –, organizzatori di concerti, altre band random che se la godevano, i calorosissimi Moon Duo (Giovedì on stage con i Thee Oh Sees) ed un pubblico delle più disparate nazionalità.

Stasera ci torniamo, lasciate un posto libero per parcheggiare.