Democrazia #23 – Merçe Vivo – All About Kane – The Rust And The Fury

Cari lettori, lettrici, band e promoter stalker, riprendo la rubrica Democrazia dopo qualche mese di stop dovuto a diversi fattori contingenti nella mia vita di recensore-sgobbatore di professione-uomo di casa. Un certo senso di scoramento mi aveva attanagliato il gargarozzo, e l’ascolto dei cd che arrivavano in redazione e che mi venivano recapitati a valanga presso la mia dimora, faceva sì che lo scoramento divenisse depressione nera, e dopo ancora si trasformasse in pessimismo cosmico,  per cui mi sono preso un periodo sabbatico di disintossicazione per ascoltare esclusivamente le novità che volevo ascoltare. Ed ancora una volta ho avuto la conferma che i grandi sono veramente grandi e i piccoli affogano in un mare misto fatto di cattivi mastering e produzioni inconsistenti, di presunzione e “giri giusti” che li rende ancora più insignificanti.  A quanto pare il futuro che ci aspetta sarà composto da newsletter di Zalando, Colapesce a Sanremo e Lo Stato Sociale che continua ad elemosinare soldi per fare i dischi. Se tutto questo non vi spaventa, beati voi, siete davvero almeno un passo davanti a me.

I primi che andiamo ad incontrare oggi sono i  Merçe Vivo da Torino con 7 brani che compongono Lasortedelcanecheleccalalama. Anche la sorte dell’ascoltatore che suona questo disco si può dire che si trova in bilico: sebbene siano una band che per certi aspetti sia ancora acerba (un uso un pò scontato e monotono della voce, produzione altalenante fra i brani, cattiva gestione del mastering che rende tutto attufato) non si può negare che siano una band con grandissimo potenziale…se solo decidessero di tirare fuori le palle. Personalmente trovo che questo disco possa avere nel suo concept molti punti in comune con Murder Ballads di Nick Cave: di sicuro le atmosfere cupe e le tematiche dark sono affascinanti e ben costruite, così come non ho nulla da appuntare agli arrangiamenti, ma manca quella carica esplosiva che ti fa pensare che alla voce possa esserci un vero killer. In questo caso l’interpretazione insipida della voce è più aderente alla figura del beccamorto, troppo distaccata e cool per poter trasmettere all’ascoltatore la perversione – davvero troppo sottile – di cui parlano i testi dei brani. E mi chiedo perchè nell’intro di Ivre mi ritrovo a pensare ancora a De Andrè quando ci sta un mondo di cantautori maledetti cui ispirarsi.

Da Biella invece abbiamo gli All About Kane con Citizen Pop. Dopo aver ascoltato questo disco, per prima cosa vorrei fare un appello alla band: ragazzi,  prendete il coraggio a due mani ed espatriate. Oppure utilizzate lo stesso coraggio per confrontarvi con i testi in italiano, perchè una band pop così brillante non ha un futuro in questo paese cantando in inglese e sarebbe davvero uno spreco lasciare inascoltate canzoni così belle. A partire da Independent Light che ha l’appeal dell’instant classic,  passando per Rainbows are collapsing e finendo con Marzyplans questo disco è una perfetta produzione a cavallo fra pop e rock FM pensata, scritta e diretta da una band ed una produzione che di sicuro ha masticato per anni solamente il meglio della produzione UK ed USA del genere. E’ chiaro che l’ispirazione della band ha radici negli anni ’90, per cui dentro quest’album si può sentire dentro Embrace, Travis, Coldplay, ma anche Marcy Playground, The Verve Pipe, Nada Surf od un pizzico di Wallflowers dentro In This Black Night. Se potessi giusto esprimere una critica, il sound in generale non è di certo aggiornato all’ultimo grido, ma gli All About Kane hanno tirato fuori dal cilindro un disco che è così ben fatto e perfetto che è un classico già di suo.

Per questa puntata poi lascio che il collega Emanuele Binelli faccia un piccolo cameo nella rubrica, visto che ci teneva a presentare una band che lo ha molto colpito. Lascio quindi a lui la parola:

The Rust And The Fury, “May The Sun Hit Your Eyes”. Quando Ugo Mazzia mi ha contattato per farmi sapere che stava seguendo un nuovo gruppo con la sua agenzia, e che quel gruppo si sarebbe esibito al Contestaccio di Roma, mi sono detto che, a quanto ne so, difficilmente Ugo si sbaglia. E infatti non si sbagliava. I Rust And The Fury dal vivo hanno delle chitarre che suonano come armi, quattro voci che allineate sembrano una batteria di cannoni, una batteria fenomenale, una voce femminile finalmente convincente e non solo “carina”, e un cuore grande così. Sono gli Arcade Fire che sbattono la testa contro il muro di una stanza presa in affitto a 500 euro al mese e un contratto precario da 800. Sono competenti, solidi, ma soprattutto emozionanti e commoventi. E quando sono sul palco ti danno l’idea che quello è il loro mondo perfetto, il posto migliore dove vorrebbero stare. In poche parole dei professionisti (e non fate finta di niente, non è una cosa scontata oggi), per giunta talentuosi come pochi. Purtroppo il disco, che porta i segni dell’autoproduzione, distribuito da La Fame dischi, fallisce nel catturare la veemenza e la straordinaria potenza emozionale di questa band, che sarebbe una bestia particolare da imbrigliare. E non lo dico perché sia realizzato male o quant’altro, ma perché questa band meriterebbe di più: questi ragazzi suonano dieci volte più potenti di così, dieci volte più a denti stretti di così, dieci volte più veri di così.