JokeBox #2: Della serie “i grandi cantattori”…

Questa rubrica nasce come una galleria degli incidenti più clamorosi in cui mi sono imbattuto.
Li condividerò con tutti i lettori di Rocklab, perchè “ci sono più cose assurde nell’industria discografica, Ed Wood, di quante può sognarne la tua filmografia”.

Si sa: per le superstar ammanicate con i circuiti discografici giusti – quei mida che riescono a trasformare qualsiasi cosa sfiorino in dischi d’oro e di platino – la carriera è una bella pacchia. Neanche il tempo di scalare la vetta delle emittenti radiofoniche che la celebrità dilaga, iconica, irresistibile e tentacolare, in tutte le direzioni consentite dalla società dello spettacolo. E’ una storia vecchia almeno quanto le prime (boy)band responsabili d’aver sdoganato il rock alle grandi platee, annacquandone il potenziale eversivo (Beatles docet): se sei all’apice del successo il mondo discografico non ti basta più, cerchi una consacrazione pop che sia assoluta, totalizzante, fino a lambire argini mediatici e commerciali agli antipodi di quello d’origine. Innumerevoli sono, dagli anni ’50 ad oggi, le rockstar che hanno tentato con alterne fortune un percorso parallelo nel mondo del cinema: senza scomodare Who e Pink Floyd, alfieri della multimedialità audiovisiva, basti pensare al cosiddetto re del pop Michael Jackson, e al film Moonwalker, uscito in piena ubriacatura kitsch ‘80s.

Ciò che succede un po’ più raramente, con risultati quasi sempre censurabili, è il contrario: stelline del piccolo\grande schermo che tentano di riciclarsi nel frastagliato e spigoloso universo musicale. La maggior parte delle volte un’iniziativa del genere è dettata più da cieca disperazione (voglia di riscatto, fuga in territori artistici vergini dopo una serie di fallimenti professionali) che dalla prospettiva di allettanti contratti o da una sincera fiducia circa il proprio poliedrico talento, sicchè la storia di queste improbabili conversioni è costellata di atroci brutture destinate a diventare il guilty pleasure supremo di chiunque abbia lo stomaco e i timpani sufficientemente temprati. In un periodo di gretto revivalismo anni ’80 ve ne proponiamo tre squisitamente allineate con il trend dominante  – oltre che col  tenore di questa rubrica. Enjoy!

David Hasselhoff

Pescando in quel ricettacolo di abominazioni pop che furono gli Usa reaganiani, tutti coloro che hanno oltrepassato i vent’anni ricorderanno con un mix di imbarazzo e nostalgia Supercar, la serie televisiva che sancì il successo planetario di David “ricciolo ardimentoso” Hasselhoff, suo interprete principale;  sono pronto a scommettere, però, che ben pochi di voi potrebbero sospettare un’effimera carriera musicale del suddetto energumeno, risalente al biennio ’85 -’86.

Dopo un primo album di scialbo e pacchiano AOR (Adulterated Oratorio Rock), che non possiede neanche la giusta verve trash per essere menzionato in questa sede, Hasselhoff rilascia un singolo che è impossibile non “trapassare” ai posteri: Crazy for You.

Se pensavate che Robert Halford (leggendario frontman della heavy metal band Judas Priest, omosessuale conclamato nonché inventore del look metallaro a base di attillatissimi vestitini di borchie e latex) fosse il centauro più gaio del mondo, date un’occhiata al video della canzone e vi si schiuderanno nuovi, impensabili orizzonti.

Il buon Dave appare in sella ad un poderoso bolide a due ruote, bardato come un ruspante teppista di strada. Tutto lascerebbe presagire un prosieguo scolpito da ruvidi riff hard rock e proclami testosteronici, in ossequio alle sbruffonate machiste dell’epoca, finchè i synth, a braccetto con la prima strofa cantata, non si librano nell’aeree in tutta la loro variopinta pomposità, e ci si rende conto che qui, più che con gli Hell’s Angels, si ha a che fare con Hell-o Kitty. Dal biker d’assalto gagliardo e virile delle prime, fuorvianti scene, ci ritroviamo davanti un bambolotto disco music  che non sfigurerebbe sulla groppa di un minipony alato color arcobaleno in viaggio verso l’atollo dei pancake fragolosi. Forte del suo giubotto di pelle alla James Dean (con l’aggiunta, però, di una improponibile aquila glitterata sulla schiena), il nostro eroe scorazza tranzollo su un’autostrada desertica da cartolina, incurante del fatto che la canzone che sta intonando sia un plagio spudorato della celeberrima YMCA dei Village People. Ci si rammarica che un tale gioiello sia stato relegato nel dimenticatoio: di questi tempi avrebbe soppiantato facilmente Lady Gaga come inno ufficiale dell’Europride. Tanta beltà trova degno coronamento in un finale inesplicabile, tra ottovolanti in caduta libera e cromatismi lisergici: citazione dotta dalla scena finale di 2001 odissea nello spazio, omaggio allo smielato peace e love della psychedelic culture o semplice delirio da peperonata del cameraman? Non lo sapremo mai.

Jump in my car
Reduce dallo strepitoso successo ottenuto con Baywatch, Hasselhoff ritorna con un nuovo scoppiettante singolo dopo ben 4 lustri di silenzio discografico, un po’ per ironizzare sulla propria immagine di sex symbol  stagionato, un po’, forse, per espiare l’ambiguità di certi trascorsi da musicista.

Nella sua nuova incarnazione, il bagnino più celebre del mondo cerca di tampinare tre giovani e procaci fanciulle offrendosi maliziosamente di accompagnarle a casa a bordo della supercar(iatide) KITT, riesumata da qualche impolverato set televisivo. Non vi sottrarrò il piacere di questa inqualificabile visione con un pugno di sterili considerazioni; invito solo  gli astanti ad un parallelo tra quanto si vede in “Jump  in my car” ed il rude video della hit di George Thorogood “I Drink Alone”, con particolare riguardo al finale.

Mr. T  – Treat your mother right
Tra i grandi classici della cultura pop anni ’80 è impossibile tralasciare i wrestler di culto riconvertiti alle penose sceneggiate formato famiglia. Laddove personaggi come Hulk Hogan sferrano un micidiale big boot  ad un genere di commedia adolescenziale già agonizzante di suo, il colossale Mr. t (famosissimo per il ruolo di B.A. Baracus nel telefilm A-Team ) preferisce tentare la sdrucciolevole strada del divertissment discografico con la pubblicazione dell’album “Mr T. Commandments” (1984). Il pezzo che segue, scritto nientepopodimenochè dal rapper Ice-T per l’amico attore, è estrapolato proprio da lì:

Qual è l’ultima cosa che vi aspettereste da una montagna di muscoli afroamericana ricoperta di vistosi ciondoli d’oro? Elementare: un video rap sull’importanza di rispettare la propria e le altrui mamme. Cos’è “Treat Your Mother Right”? Esattamente questo: una patetica canzoncina autoironica corredata da un ancor più orripilante video in cui “Bad Attitude” Mr. T sembra dire continuamente “guardatemi, sono un ammasso omicida di bicipiti e pettorali, ho un grugno da brutto ceffo, una voce roca e sgraziata, eppure canto canzoncine edificanti e politically correct che smentiscono il mio aspetto poco rassicurante!!! Ah ah ah, non è buffo?” No, non lo è. Non sono buffi i coretti delle pseudo-milf parcheggiate sullo sfondo, non sono buffi i discolacci che si ribellano alla disciplina materna in ameni filmati di repertorio, e soprattutto non sono buffi i raccapriccianti shorts sfoggiati da Mr t, la quintessenza del pessimo gusto di un’epoca (fortunatamente) irripetibile. Se non altro il pubblico – madre volubile, tanto protettiva e amorevole quanto, all’occorenza, castigatrice – sculacciò sonoramente questa operazione commerciale, destinata a risolversi in un flop clamoroso. Resta la soddisfazione di vedere un guazzabuglio delirante che sembra partorito dall’insana fantasia postmoderna di Seth MacFarlane.

Christopher Lee

Signori miei, “inchinatevi” di fronte alla storia. Se inspiegabilmente non doveste aver mai sentito nominare Christopher Lee – nonostante sia l’attore vivente, secondo il guiness dei primati, più citato sugli schermi – sappiate che la sua filmografia è talmente sconfinata da spaziare attraverso ruoli e produzioni di ogni genere: dai colossal fantasy (The Lord of the Rings) ai film d’autore in costume (The Wicker Man); dall’horror gotico (Dracula, il principe delle tenebre) al peplum di serie b (Ercole al centro della terra), passando per qualsiasi cosa possa collocarsi in mezzo a questi estremi. Con simili premesse, non sorprende che Lee si sia cimentato numerose volte anche col musical, tantopiù se si pensa che sua madre, di origini italiane, era un’affermata cantante lirica.  Tra le tante interpretazioni memorabili in tal senso va ricordata quella del supercattivo nel fumettone camp “The Return of Captain Invincibile” (1983), storia satirica di un supereroe alcolizzato scritta a 4 mani da Richard o Brien e Richard Hartley, le menti vulcaniche che ci hanno donato l’immarcescibile “Rocky Horror Picture Show”.

L’impronta del fenomenale duo – androgina, viziosa e trasgressiva – è in effetti inconfondibile:

A questo punto vi domanderete: che attinenza ha un personaggio dal passato così fulgido con una rubrica come questa? E’ presto detto: nel 2004, reduce dalla sua interpretazione di Saruman nel signore degli anelli, Christopher Lee accetta di collaborare con l’italianissima Hollywood Cristina D’avena’s power metal band “Rhapsody of Fire”, famigerata per i suoi video musicali brulicanti di barbari sardi armati di spadine in Domopak, demonesse cubiste ed effetti speciali realizzati con lo spectrum. Il pezzo incriminato si trova sull’Ep The Dark Secret, in cui Lee si limita a fornire la sua ugola solenne per qualche spoken-word di contorno. Poco più che una comparsata, dunque, ma sufficiente per folgorare la mente ormai tarlata dalla demenza senile del grande cantattore, le cui pessime frequentazioni alla pummarola si rivelano fondamentali per un progetto musicale fortemente voluto e sentito: Charlemagne.

Pare che dopo una minuziosa analisi a ritroso del proprio albero genealogico, il prode Lee abbia scoperto di essere uno degli ultimi discendenti in vita del leggendario Carlo Magno. Per tributare un omaggio alle proprie radici, il nobile auriga decide allora di pubblicare un epico concept album guerresco sulle gesta del grande imperatore. Quale miglior modo di compiere questa operazione se non ispirarsi al succitato Hollywood-metal dei ba(lo)rdi ispiratori Rhapsody of Fire? “Metal is a way of life… i have been metal for many years, only I did not know about it. Although age separates us, the people involved and I share the same values” dichiara fieramente l’istrionico Lee, battendosi il pugno sulla prostata infiammata, mentre un tamarro scapocciante alle sue spalle tenta di suonare una spada carnevalesca come se fosse una stratocaster.

Ci si augura, quantomeno, che nel momento di rilasciare quell’intervista a Kerrang non stesse pensando a Burzum.