Aspettando la Rivoluzione… [Intervista a Luca Castelli]

Giornalista della carta stampata (Il Mucchio, La Stampa…), blogger, e tra i fautori de La Musica Liberata a cui ha dedicato un bel libro (2009, Arcana): per tutti coloro che cercano di capirci qualche cosa in questa selva che è il World Wide Web, Luca Castelli è un piccolo punto di riferimento, e per noi scribacchini virtuali quasi un “padrino”. Gli abbiamo posto un paio di domande: sul futuro dell’editoria e della discografia, di fronte a una Rivoluzione Digitale che tarda ad arrivare.

Di fruizione della musica attraverso internet e di crisi della discografia tradizionale si parla ormai da più di dieci anni. Ma quando arriva questa rivoluzione?
Dieci anni secondo i termini di Internet sono come cento per il secolo scorso. Ne sono passati undici da Napster, nove dal primo Ipod, sette da iTunes, poi Youtube e compagnia …va considerato il fatto che la “rivoluzione” non può essere perenne: cambiano delle cose ma poi si rientra in carreggiata per vedere come funzionano rispetto alle vecchie. Noi siamo in questa fase di transizione, che si sta prolungando, dove forse si è fermato un po’ il lato innovativo: i grandi cambiamenti risalgono ormai a qualche anno fa, hanno riguardato il modo in cui ascoltiamo, vediamo e creiamo la musica. Molto è già stato già detto in quel periodo. Resta da verificare come questo cambiamento si stabilizzerà dal punto di vista legale, economico e sociale, ma secondo me siamo ancora molto lontani da quel momento. E’ questa una fase in cui c’è ancora troppa distanza tra le varie posizioni in campo culturale e industriale, e lo scambio generazionale (anche per mia fortuna, ride) non è ancora completato. E’ un periodo un po’ meno stuzzicante sotto il profilo tecnologico, una transizione che ha rallentato i ritmi.

Forse una vera rivoluzione non c’è stata anche perchè è mancata la “piazza” virtuale. Il pubblico di internet non è massificato come quello della tv, uso e consumo attraverso il pc è più differenziato, individuale…
Internet ha tante contraddizioni anche perché ingloba dentro di sé un po’ di tutto. Comprende tanto l’”effetto piazza” quanto l’”effetto nicchia”: per esempio, io personalmente vivo sulla lunga coda, lontano dalle limitazioni che quindici anni fa ci imponevano con le heavy rotation delle radio o con i prezzi dei dischi. E’ vero però che si sta verificando il fenomeno che libri come Il Paradosso della Scelta avevano previsto: se prima eravamo bloccati dal controllo dall’alto, da parte di chi decideva cosa farci vedere o ascoltare, ora esiste un “blocco dell’abbondanza”! C’è una tale quantità di contenuti che ci rende difficile, talvolta impossibile, scegliere. In certi casi questo riporta la gente a rinunciare all’autonomia e a tornare a lasciarsi guidare “dall’alto”, quindi dalla tv, da fenomeni come Lady Gaga o Justin Bieber: che sono nomi cliccatissimi sul web, dove una “piazza” c’è, ma – fatte le differenze  – è molto simile alla piazza di Mtv. Molte persone non hanno ancora chiare le possibilità e gli strumenti di una fruizione di nicchia, rimangono paralizzate di fronte alla quantità dell’offerta e preferiscono lasciarsi guidare. E’ uno di quei fattori che sta rallentando la “rivoluzione” del nostro modo di consumare, ma è anche un aspetto interessante per chi vuole fare da intermediario. Non è vero che la figura del giornalista (musicale o meno) non serve più a nulla: io, che pure frugo in tutti i blog possibili e immaginabili, ho comunque bisogno di quei due o tre punti di riferimento che mi tengo ben cari perché mi aiutano a compiere le mie scelte. Alcuni – incredibile ! – sono addirittura di carta. L’Internazionale in questo senso, è un esempio di giornale tradizionale che fa da aggregatore, cioè “sceglie per me” le notizie in un campo di azione vastissimo, che altrimenti non potrei praticare. La stessa cosa fanno in campo musicale alcune riviste con cui collaboro, Il Mucchio compreso.

La critica che spesso si rivolge a chi in questa quantità di informazioni cerca di districarsi è quella di una fruizione “superficiale”: conoscere tutto, conoscere male. Vuoi mettere l’attenzione che si dedica ad un centinaio di mp3 scaricati gratis rispetto al culto che si riservava al 45 giri appena comprato al negozio?
Chi si comprava il 45 giri se lo ascoltava tanto e bene perché aveva un sacco di tempo da lì all’acquisto successivo oppure perché ne faceva una questione di etica, un problema morale? Penso sia più credibile la prima ipotesi. Io stesso non imparo più a memoria le parole delle canzoni dei Pearl Jam, degli U2 o degli Heroes del Silencio come facevo qualche tempo fa. Ad essere cambiato è il contesto, ma non credo che influisca sulla qualità dell’opera in sé. La fruizione personale è appunto personale, e ci vorrà molta responsabilizzazione (anche inconscia) in ognuno di noi: quando si ha tutto a disposizione bisogna imparare a scegliere, e questa è una delle grandi sfide che ci aspettano.

Parlando di critica musicale, l’impressione è che ci sia uno stacco netto tra la generazione che ha vissuto la parte precedente all’mp3 o anche all’avvento del cd e a chi – come te, o Andrea Girolami di Rumore e Pronti al Peggio – si interessa a questa nuova fase, magari anche senza accettarla in toto. Ti trovi spesso a litigare con i tuoi colleghi a questo proposito?
Litigare no, discutere e avere posizioni diverse assolutamente sì. Ma questo è un discorso vecchio come il mondo. Tornando qualche giorno fa nel paese di montagna dove passavo le estati, ho visto dei ragazzetti viaggiare con le bici nei campi in cui io alla loro età andavo a giocare al pallone: d’istinto la cosa non mi è piaciuta, avrei voluto scendere per andare a dirgli di fare come facevo io. Le cose cambiano, e credo che le critiche che gli appassionati di rock muovono ora verso le nuove abitudini degli ascoltatori di musica siano più o meno le stesse che ai tempi subivano dai propri genitori, sul modo in cui vestivano e portavano i capelli. E’ vero (e se qualche collega vedrà mai questa cosa s’incazzerà) che i critici rock per certi versi sono una delle categorie più conservatrici in assoluto. Erano selvaggi, ribelli, volevano cambiare il mondo, e adesso ogni cambiamento – piccolo o grande che sia – nel loro campo li terrorizza, vorrebbero la restaurazione, tornare a quanto ci si metteva un secolo a trovare un disco “di importazione”. Il fascino di quel che si è vissuto è troppo forte, la musica che hai sentito a venti o diciott’anni resta una spremuta d’emozioni: però il mondo cambia, e a me vederlo cambiare interessa e diverte molto.

La difficoltà di far riconoscere certe realtà nuove riguarda aspetti anche più pratici, spesso economici. Tu che lavori per LaStampa web come credi stia evolvendo la considerazione delle grandi testate per il mezzo internet e per quelli che, da giornalisti, ci lavorano? Esiste ancora un grande divario?
Anche questo è un discorso enorme. La convivenza tra mondo di carta e il  digitale e le possibilità che le cose si intreccino è una delle particolarità di questo tempo di transizione, e sarà così ancora per molto tempo. Un giornalista del New York Times ha provato a indovinare la data entro la quale la carta sarà sparita totalmente: non so se andrà proprio così. Può darsi che si arrivi a un mondo senza carta, perché effettivamente la sua ragion d’essere da pratica è diventata solo più nostalgica: ma  durerà ancora a lungo e potrà ancora incrociarsi con le possibilità fornite dal web. Al momento il problema più spinoso dell’informazione, musicale e non, è che si tratta di un settore debole, basato su economie di mercato basse, sulla “passione”: non dà il pane e del pane c’è bisogno. A prescindere che si tratti di carta stampata o del web, qui funziona un po’ come nel music business: magari ricopri d’oro un’artista perchè ha scritto la canzone “giusta” e poi ce ne sono migliaia di altri che per sbarcare il lunario devono fare i baristi. Da noi è lo stesso. I giornali oggi devono affrontare il grande problema del calo della pubblicità, ma allo stesso tempo si stanno rendendo conto che le nuove generazioni sono passate a leggere le informazioni in modo differente: nessuno può fare più finta di niente, né il New York Times né la Stampa. Poi le redazioni sono ancora legate ad una retribuzione dei giornalisti che non è più supportabile oggi, per cui ci si ritrova nel grande clash generazionale fra giovani e vecchi. Non c’è una vera risposta alla tua domanda: anche qui siamo in una fase di passaggio, dove è importante soprattutto continuare ad osservare.

Di seguito abbiamo voluto inserire un piccolo montaggio di alcune risposte di Luca, scusate per la qualità “punk” del video e dell’audio: