Intervista alla Spin On Black

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Una nuvolosa sera d’estate, addolcita da un ottimo bicchiere di vino rosso e dalla vista della prima ristampa a cura della neonata etichetta Spin On Black – lo splendido Mantra dei Ritmo Tribale –, ci vede al cospetto di coloro che hanno deciso di dare nuovo lustro a questo piccolo gioiello. Un bellissimo progetto votato alla specializzazione in ristampe e nuove uscite in formato vinilico a edizione limitata.

In rappresentanza di Spin on Black: Luigi Gemino, Roberta Nali e Filippo Contaldo. L’etichetta è tutta italiana, e si prefigge l’obiettivo di restituire nuova vita a quelle opere musicali che hanno avuto una certa importanza nel nostro contesto. Il legame che unisce i componenti del progetto è ovviamente segnato dalla sfrenata passione per la musica, la buona musica, mediante un’estetica che punta sul rispetto della componente artistica a discapito delle scelte personali.

Luigi amministra e gestisce i contatti, Roberta cura l’immagine, mentre Filippo si occupa della parte legale. Tre, il numero perfetto per una Startup. Del resto, la filosofia alla base di questa scelta è ben descritta nel sito dell’etichetta:

“L’esperienza d’ascolto, non importa di quale genere musicale si tratti, trasmette più del semplice assorbimento di onde sonore: coinvolge tutti i sensi. Secondo la nostra filosofia, il formato vinilico rappresenta il modo corretto per godere di tale esperienza rimanendo coinvolti nella creazione artistica. Ascoltare un disco in vinile rappresenta una cerimonia che comincia con l’osservazione di ogni dettaglio posto nella parte anteriore e posteriore dell’artwork. Passo dopo passo, si estrae delicatamente il vinile fuori dall’involucro, si pulisce e si posiziona sul giradischi in attesa che la puntina incontri la prima scanalatura, quella inerente al brano d’apertura, lasciando che la musica ti travolga”

Spin on Black, nasce dunque per dedicarsi alla musica unicamente in formato fisico, con grande attenzione per l’estetica dei propri prodotti ed alla qualità degli stessi. In un periodo così caotico per la musica, dove il virtuale e il “gratuito” sembrano sempre di più le parole d’ordine, cosa vi ha fatto decidere di aprire un’etichetta indipendente?

Le ragioni sono molteplici. Oltre alla passione, si è trattato di una presa di coscienza e consapevolezza. Come fruitori, c’è stata la necessità di voler avere una maggiore di consapevolezza di quanto ruota attorno al mondo della musica. Capire a fondo le dinamiche del perché e come vengono commercializzati degli artisti e capire meglio i meccanismi di cannibalizzazione che avvengono all’interno del grande calderone che per comodità chiameremo Pop. Dove per cannibalizzazione s’intende il rastrellamento, da parte delle Major, di quanto accade in campo musicale; una dinamica che ingloba tutte le piccole etichette, nella speranza che qualche talent scout scopra, ad esempio, i nuovi Nirvana. Ovviamente questo fa si che le Major si facciano la guerra, raccattando tutto senza pubblicare nulla. La nostra prima ristampa è il frutto di una licenza di stampa di cui i diritti sono della Universal.

Una domanda specifica a Roberta: quanto ci hai messo di tuo in questo progetto, tenuto conto che l’universo musicale, come accade anche nello sport, è molto condizionato da dinamiche maschili e le donne sono una minoranza. Forti e determinate ma decisamente delle mosche bianche.

Inizialmente ho affrontato il progetto con una grande resistenza, mi è stato chiaro fin da subito l’ideale del progetto e anche l’enorme impegno che ci sarebbe voluto per portarlo avanti. Un tira e molla che si è protratto a lungo. Poi, ad un certo punto, ho pensato che il mio contributo poteva essere, più che in termini di competenza musicale, legato alla comunicazione, alla scelta di un valore grafico, della ricerca di materiali. Quella parte di fisicità legata all’esperienza musicale ed al vinile in particolare. Il mio ruolo di supporto è stato ed è questo, verosimilmente a quello che poi è il mio retaggio professionale. Curando la costruzione dell’identità del marchio Spin on Black, del messaggio visivo e concettuale e dell’obiettivo che l’etichetta si pone. Di essere un’etichetta assolutamente trasversale, non legata a generi, a codici.

Quali sono state invece, alla luce di quanto specificato a proposito delle Major, le difficoltà per il recupero dei materiali da riprodurre?

Diciamo che in linea di massima, licenze a parte, bisogna recuperare i materiali attraverso gli artisti e non sempre è facile. Individuare chi, nella band, ha attitudini da archivista.

Come mai la scelta di Marc Urselli, un italiano, ingegnere del suono che lavora a New York?

Ci è stato suggerito da un suo caro amico di cui ci fidiamo, e visti i trascorsi e le collaborazioni straordinarie nel suo curriculum, ci è subito sembrata la persona adatta per la nostra opera prima. Anima italiana e professionalità americana. Non credo potessimo ambire ad un approdo migliore. Una rimasterizzazione che ha ridato smalto al lavoro senza stravolgere la natura originale dei materiali, reperiti con grande difficoltà.

La vostra relazione con i musicisti?

Diciamo sempre molto diretta. Non abbiamo mai trovato nessuna difficoltà a dialogare con gli artisti. Abbiamo incontrato artisti disponibili all’ascolto ed entusiasti. Il nostro approccio, che comunque poteva essere penalizzato dalla mancanza di un feedback – dovuto al fatto di essere assolutamente nuovi del settore –, è sempre stato quello legato alla semplicità. La condivisione di un progetto in fase di realizzazione documentato da una società appena costituita, un sito statico e un entusiasmo smisurato. Siamo stati contagiosi e credibili senza nessun tipo di raccomandazione. Non è ovviamente stato facile tutto il processo di recupero dei dati. E’ stata molto lunga lavorare con dei materiali che non erano catalogati e organizzati.

La cosa più difficile che avete affrontato e che a tratti vi ha portato a pensare: “ma a noi chi ce lo ha fatto fare?”

Entusiasmo, e motivazioni per le quali abbandonare, sono stati altalenanti in percentuale uguale. Il piacere della sfida però è sempre stato superiore a tutto. Le difficoltà maggiori sono state rappresentate dagli aspetti burocratici, veramente complessi e dall’improvvisazione dei tempi di consegna dei lavori da parte di alcuni professionisti. Sulle scadenze abbiamo dovuto essere piuttosto incalzanti e imporre delle regole. Quasi come se fare certi lavori in Italia non venga considerato come un lavoro vero. Tanto più in certi ambiti professionali che riguardano le professioni artistiche. Ambiti poco strutturati che a volte stenti a comprendere visto che sono comunque enti che dovrebbero diffondere in maniera semplice certe informazioni.

Che cosa vi ha colpito umanamente e professionalmente nell’ambito della realizzazione del vostro lavoro?

In primis l’approccio rispetto ad un lavoro di tipo artigianale, come può essere il nostro, dove la qualità di tutti i passaggi rappresenta un’esigenza fondamentale specialmente se paragonata a certe dinamiche di mercato. Da una parte le multinazionali che possono tutto, dall’altra l’atteggiamento di chi ti fa le lodi per quello che vuoi portare avanti secondo le tue regole ma che non avendo una controparte di visibilità personale preferisce lasciar perdere; oltre alle diversità di trattamento che ti impongono alcuni fornitori rispetto a chi fa i grandi numeri – nonostante tu paghi i lavori meglio e con scadenze precise.

Episodi divertenti?

Sicuramente le richieste da parte di molti gruppi che ci sono fioccate addosso nel momento in cui siamo andati sui social. Moltissime band ci hanno chiesto di venir prodotte, a dimostrare che la domanda è molto spinta. Ci sono molti artisti, ad esempio, che non hanno nessuna intenzione di patteggiare con la logica di format tipo XFactor e che spendono tutti i loro risparmi per promuovere il progetto in cui credono. Tanta passione insomma, anzi tantissima. Di cose simpatiche ne sono accadute anche con i giornalisti, specie quelli che ti chiedono il disco fisico per poter scrivere due righe, o che non riescono ad aprire i file che gli invii per finire con il farsi mandare una raccomandata per poi non ritirarla visto che non vanno in posta. Insomma cose di questo genere che fanno anche un po’ ridere.

Che obiettivi vi siete dati a partire da adesso in poi nel portare avanti questo sogno diventato progetto?

Il sogno è diventato progetto, e uno dei presupposti di Spin on Black resta la non omologazione ad un genere specifico. Vogliamo lavorare su progetti che ci piacciono, rispettando la natura dell’artista e forse andando anche contro una logica di mercato. Riteniamo di pensare in bello, così come riteniamo bello non snaturare il lavoro dell’artista. Apertura a lavorare con molti artisti che non potranno far altro che arricchire la nostra natura onnivora. Non vogliamo essere legati solo alla scena italiana ma esplorare anche oltre confine dove le cose che rispecchiano i nostri gusti possono incontrare un’armonia.

E’ vostra intenzione restare circoscritti nell’ambito delle ristampe o avete pensato di spaziare?

Inizialmente il nostro discorso progettuale era legato esclusivamente al recupero ed al restauro di materiale da ristampare. Ridare nuova vita a lavori meritevoli e abbandonati. Con il tempo invece sta nascendo anche l’idea di produrre nuovo materiale per dar voce a quegli artisti esordienti che meritano di avere una vetrina mediatica, anche se di nicchia. Le prossime uscite prevedono i Red Sun, italiani pure loro, che rientrano nel concetto di ristampa, anche se già usciti su cd; abbiamo riprogettato tutta la parte grafica, trattandosi peraltro di un tipo diverso di supporto. Usciremo anche con l’Orchestra del Desierto. Tieni conto che anche il supporto richiede tempi di lavorazione lunghissimi dovuti alla scarsità di laboratori che si occupano di stampa di vinili. In Europa sono solo cinque e i tempi di consegna sono davvero molto lunghi.

Quanti lavori avete pianificato all’anno?

Per la difficoltà nel reperire le licenze e per mantenere lo standard qualitativo per il quale siamo nati, pensiamo di non uscire con più di 4 uscite all’anno. Trattandosi di un lavoro sartoriale, scegliere, progettare e cucire richiede dedizione e tempo. Certo è che ci sembra di aver percepito un’inversione di tendenza a favore del bello. In questo periodo di crisi la qualità sta tornando ad avere la valenza positiva che si riscontrava nel passato. E il collezionismo di vinili sta vivendo una nuova giovinezza con maggiore attenzione, nello specifico, oltre che alla qualità del suono, anche all’involucro che lo contiene.

In chiusura vorrei sentire un pensiero al femminile.

Fermati e ragiona, non farti guidare dal processo ma sii tu a gestire il processo. La corsa non serve a nulla se hai puntato il tuo obiettivo sul rispetto e la qualità.