NME diventa gratis: scrivo per lo sponsor, ma ti penso.

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Sul finire degli anni novanta ricordo computer come bollitori nel sacro nome dell’adsl – ormai alla portata di tutti. Un’improvvisa gratuità nel download – seppur illegale – scatenò il colpo di coda definitivo da parte di chi non si sarebbe mai perso una puntata di “Professione Vacanze” – il cui mattatore (Jerry Calà)  è ancora in giro a dar spettacolo al grido di: “Gli anni ottanta sono uno stile di vita“. Il pensiero imperante, ragionava ancora per accumulo. Incubato a fine settanta ed esploso nel decennio successivo, grazie al trittico: Fininvest/Coca/Cacao Meravigliao, rimase in salute anche quando ormai Kurt risultò sprovvisto di una faccia. Il possesso era necessario. Del resto, prima di lasciarci, lo disse anche Jobs:

“People want to own their music”

Certo, lui lo diceva perché la gente si scannasse per i suoi “file di qualità” (Della serie: voglio sostenere la musica! poi tutti su slsk che ai concerti tanto ci vanno sempre i soliti stronzi) da acquistare nello store di iTunes, e perché in parte era anche vero. Il possesso musicale stava entrando in una fase irrefrenabile. C’era gente che nel tentativo di possedere l’intera conoscenza umana in campo musicale, sacrificava il proprio vissuto alla ricerca di quelle torrette da 50 cd vuoti al miglior prezzo. Si approvvigionavano in maniera massiva, senza averne ben chiaro il motivo – credo sia la stessa dinamica che porti a costruire rifugi sotterranei in vista di qualche guerra/sconvolgimento climatico.

Ci sono voluti Pitchfork, Spotify, Google Play – che ti fa aggiungere 50.000 brani dal tuo computer e ascoltarli in streaming gratuitamente ovunque tu vada -, qualcuno che ci lasciasse le penne, ed una nuova generazione per far capire anche ai trentenni (come me) quale fosse la via intrapresa dal suono, ovvero quella della così detta: “Musica Liquida“.

Il fatto è che ormai si sta liquefacendo – ovviamente – anche tutto quello che ruota attorno alla musica, riviste storiche comprese. L’ultima della lista è proprio l’illustre e glorioso NME.

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Come spiega in questo post, l’editor Mike Williams, la versione cartacea di NME Inghilterra diventerà gratuita. Questo per via di un corposo calo delle vendite, che ha visto la storica rivista in piedi dal 1953, scendere a 15.000 copie mese, compresi gli abbonamenti on line. Dal 18 settembre, sarà dunque possibile accedere gratuitamente al giornale presso: stazioni, università e negozi. Una scelta, come spiega lo stesso editor, che garantirà una distribuzione di 300.000 copie – in aggiunta al sito NME.com e agli NME Awards. Inoltre è all’orizzonte una nuova collaborazione con il SXSW di Austin. La pubblicazione vedrà anche ampliato il suo raggio tematico, includendo rubriche su: cinema, moda, televisione, politica, e lifestyle.

Una strada già battuta anche da realtà come VICE, ma che a differenza di quest’ultima partirebbe da presupposti differenti, da non sottovalutare. Se per VICE il discorso sulle tematiche “Lifestyle” nasce fin dagli albori, per la testa Inglese nata in un contesto prettamente musicale i problemi potrebbero essere molteplici. Sebbene questa ampliata portata d’utenza, garantisca un’ottimizzazione delle visualizzazioni contenutistiche – e soprattutto delle inserzioni da parte degli sponsor -, l’affezionato lettore potrebbe muovere qualche critica doverosa in merito. Si, perché secondo questa logica, non sarebbe più lui “l’utente finale”, ma gli sponsor.

Del resto, abbiamo grandi esempi in merito: penso a Rolling Stone e alle sue pagine intere dedicate agli sponsor.  Un annacquamento probabilmente indispensabile per chi non vuole rimetterci tutto il piatto, ma che sancisce una volta per tutte quanto l’informazione musicale debba oggi necessariamente passare attraverso un calderone culturale, più che mai vario, porgendo sempre di più il fianco al mero situazionismo.

Ma siamo davvero sicuri che i consumatori, oggi, abbiano ancora bisogno di aiuto per trovare i contenuti migliori?

  • Matteo Franzese

    Una rivista vende sempre il suo prodotto a due tipi di pubblico, agli sponsor e all’utente finale. Forse ora NME sposterà il peso verso gi sponsor, ma non è che prima non lo facesse.