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Ghost Culture – Ghost Culture

Ghost Culture – Ghost Culture

Nei tre quarti d’ora di questo viaggio, Detroit non è affatto lontana e questo è messo nero su bianco fin dall’apertura dell’album, affidata consapevolmente a “Mouth”. Poi, inaspettata, alla fine arriva “The Fog”, una filastrocca che ruota dolcemente su se stessa e ci lascia al punto di partenza, con un ultimo frame nebbioso e, insieme, tanti colori.

Theophilus London – Vibes

Theophilus London – Vibes

Forse a più di uno è sembrato che Vibes avesse la pretesa di mostrarsi come una specie di Yeezuspiccolino. Invece le strade che l’album imbocca sono spesso altre e ben distanti. Per esempio, nelle prime tracce il risultato può addirittura ricordare il Mount Sims di Wild Light, quello del passaggio da una produzione vicina ai Fischerspooner a una musica contemporaneamente più black e anche più fredda ed essenziale.

Les Sins – Micheal

Les Sins – Micheal

Fa un effetto tanto spiazzante quanto, per paradosso, rassicurante. È lo speaker che chiama la sua nuova radio con il nome della vecchia. È la strada del lavoro imboccata per sbaglio il primo giorno di ferie. Il resto sono soprattutto strumentali tra house, deep e qualche momento più spregiudicato, vaghissimamente dubstep. E poi c’è Minato, che è un delicato ed onesto assalto. Avercene di opere minori così.

Ariel Pink – Pom Pom

Ariel Pink – Pom Pom

In Pom Pom (disco solista esattamente quanto quelli a nome Ariel Pink’s Haunted Graffiti) Rosenberg torna a sporcare di più e a cambiare registro ancora più spesso. Ci sono il punk (Negativ Ed), la new wave (Not Enough Violence), il surf (Nude Beach A Go Go), il rock classico (Sexual Athletics), le collaborazioni con Kim Fowley. Le prime sei tracce sono un assalto bello e buono. Canzoni da tenere on repeat una settimana ciascuna. Poi in sequenza arrivano anche cose più debolucce, come la macchinosa e composita Dinosaur Carebears (psichedelia + dub + sala giochi), ma è un bene sennò uno ci metterebbe un anno a sentire tutto Pom Pom.

Kindness – Otherness

Kindness – Otherness

Alla fine si sente una dannata mancanza delle altre facce di cui Kindness sembrerebbe disporre. A proposito di facce, in copertina si opta ancora per un primo piano: stavolta molto riflessivo, l’altra volta gentilmente sfrontato. Gli ospiti ovviamente ci sono ma Kelela è meno efficace che nel suo album solista e Robyn, come al solito fa Robyn, cioè una cosa di cui non si è mai avvertito il reale bisogno.

Caribou – Our Love

Caribou – Our Love

Ecco, se Burial potrebbe essere/non essere/sembrare Kieran Hebden, allora questa bomba piazzata verso la conclusione dell’album ci permette di scherzare per un secondo con l’idea che ‘Jay Paul’ (quello di Jasmine, per capirsi) sia/non sia/sembri Dan Snaith.