Ariel Pink @Locomotiv Bologna 07/03/2015
Il resoconto del concerto di Ariel Pink al Locomotiv di Bologna il 07/03/2015
Il resoconto del concerto di Ariel Pink al Locomotiv di Bologna il 07/03/2015
Dopo una serie di pubblicazioni di nicchia (per il numero esiguo di copie ancor più che per i contenuti), un po’ confusive sebbene importanti, il primo album “vero” fotografa questo artista nell’esatto momento in cui dispiega le sue ali.
In questa puntata di Talent Radar: Nite Fields, C Duncan, CTZNSHP
É certo che dal vivo questi qui spaccheranno tutto e ci tramortiranno di nuovo, finché ci sarà qualcosa di solido e compiuto da fare a pezzettini e poi seppellire di macerie. Il materiale nuovo non li aiuterà molto in tal senso. Il resto sì, come sempre.
Evidente come la seconda parte del disco batta la prima con un punteggio in stile Germania – Brasile. Fosse andata al contrario sarebbe stato molto peggio. È proprio per questo che Virale finisce lasciando la sensazione di una vittoria fuori casa.
Nei tre quarti d’ora di questo viaggio, Detroit non è affatto lontana e questo è messo nero su bianco fin dall’apertura dell’album, affidata consapevolmente a “Mouth”. Poi, inaspettata, alla fine arriva “The Fog”, una filastrocca che ruota dolcemente su se stessa e ci lascia al punto di partenza, con un ultimo frame nebbioso e, insieme, tanti colori.
Talent Radar: Oceaán, Dirty Dishes, Fever The Ghost
Forse a più di uno è sembrato che Vibes avesse la pretesa di mostrarsi come una specie di Yeezuspiccolino. Invece le strade che l’album imbocca sono spesso altre e ben distanti. Per esempio, nelle prime tracce il risultato può addirittura ricordare il Mount Sims di Wild Light, quello del passaggio da una produzione vicina ai Fischerspooner a una musica contemporaneamente più black e anche più fredda ed essenziale.
Tempo fa Claudio Cecchetto si era inventato il format di un talent in cui i giudici selezionatori non sentono cosa
Viet Cong I Women erano una band Canadese. Se ne parlò anche per aspetti extramusicali, come una scazzottata sul palco
Fa un effetto tanto spiazzante quanto, per paradosso, rassicurante. È lo speaker che chiama la sua nuova radio con il nome della vecchia. È la strada del lavoro imboccata per sbaglio il primo giorno di ferie. Il resto sono soprattutto strumentali tra house, deep e qualche momento più spregiudicato, vaghissimamente dubstep. E poi c’è Minato, che è un delicato ed onesto assalto. Avercene di opere minori così.
In Pom Pom (disco solista esattamente quanto quelli a nome Ariel Pink’s Haunted Graffiti) Rosenberg torna a sporcare di più e a cambiare registro ancora più spesso. Ci sono il punk (Negativ Ed), la new wave (Not Enough Violence), il surf (Nude Beach A Go Go), il rock classico (Sexual Athletics), le collaborazioni con Kim Fowley. Le prime sei tracce sono un assalto bello e buono. Canzoni da tenere on repeat una settimana ciascuna. Poi in sequenza arrivano anche cose più debolucce, come la macchinosa e composita Dinosaur Carebears (psichedelia + dub + sala giochi), ma è un bene sennò uno ci metterebbe un anno a sentire tutto Pom Pom.
Alla fine si sente una dannata mancanza delle altre facce di cui Kindness sembrerebbe disporre. A proposito di facce, in copertina si opta ancora per un primo piano: stavolta molto riflessivo, l’altra volta gentilmente sfrontato. Gli ospiti ovviamente ci sono ma Kelela è meno efficace che nel suo album solista e Robyn, come al solito fa Robyn, cioè una cosa di cui non si è mai avvertito il reale bisogno.
Ecco, se Burial potrebbe essere/non essere/sembrare Kieran Hebden, allora questa bomba piazzata verso la conclusione dell’album ci permette di scherzare per un secondo con l’idea che ‘Jay Paul’ (quello di Jasmine, per capirsi) sia/non sia/sembri Dan Snaith.
White Living Fiction è la somma di un’ipotetica strofa dei Franz Ferdinand più un plausibile chorus degli ultimi Arcade Fire.