Oro(di)scopo: i migliori 12 dischi di Marzo 2017

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L’Orodiscopo parla di te: sono una serie di segni “zodiacali” che riguardano i tuoi ascolti. Ogni segno infatti definisce una particolare tipologia di ascolti musicali, o di atteggiamento nei confronti della musica: a te scoprire quello, o quelli che ti sono più affini! Guarda le schede per cominciare a orientarti. [continua]


[DISCO DEL MESE]
Pontiak – Dialectic Of Ignorance
: Barba [?]
Forse ai Pontiak sarà piaciuto il nuovo film di Matt RossCaptain Fantastic“, o forse li avrà fatti incazzare a bestia. Chissà. Infatti, la band dei tre fratelli Carney, che lavorano e vivono in Virginia all’interno della loro fattoria, dividendo tutto con la comunità, ce lo ricorda – come Viggo (Mortensen) che nel film di cognome fa Cash e passa dallo stato brado (nei boschi della costa nord occidentale degli Stati Uniti), al riconsiderare le proprie ideologie, certo non del tutto. Jennings al basso e organo, Van alla voce e chitarra, Lain alla batteria. Negli anni i Pontiak hanno fatto della costanza e della qualità il proprio vessillo. Quasi un disco all’anno, fin dai tempi dell’acerbo “Valley Of Cats“, inciso per l’etichetta di famiglia Fireproof Records. Mentre l’anno successivo “Sun On Sun” li fa approdare alla Thrill Jockey, con cui il sodalizio continua tuttora – l’album è attualmente in ristampa per la stessa etichetta. [Continua]

Boss Hog – Brood X: Nichilista [?]
Jon e Cristina descrivono la loro come una vita ciclica. Come il Rock. Giorni di sole, pioggia, gioia, dolore, bambini, sbronze solenni, letargo e rinascita. In mezzo a tutto questo il suono. Imprescindibile componente per loro, come per chiunque ami realmente viverlo, alla faccia di chi: “Qua è tutto già stato fatto, é ora di darsi ai canti Gregoriani“. Un discorso bizzarro quello votato alla continua ricerca d’innovazione, che spesso cela un flebile amore, di comodo. Il gioco è questo. Le note sono sette. Come del resto quel campo da calcio che tanto amate è rettangolare – inutile Messi, c’è già stato Maradona (Ndr). Il punto è tutto qui, nella materia in oggetto, nell’anima che ci si mette dentro. La coppia la conoscete, ma vale la pena ricordare che qui dentro ci troverete due reverendi assoluti della New York musicalmente lasciva d’inizio novanta. [Continua]

Paolo Benvegnù – H3+: Giacca [?]
Avvicinarsi a un nuovo disco di Paolo Benvegnù implica quasi sempre la necessità di armarsi di una sana dose di paziente curiosità, abituati come siamo ad un mondo culturale sempre più semplificato e semplificante. Un mondo fatto di interazioni continue, dirette e (im)mediate rispetto a quello che un tempo era la prerogativa più importante della cultura: la mediazione fra la complessità dell’umano e la capacità di comprensione della stessa. “Noi dobbiamo tramandare informazioni, e queste informazioni più sono pertinenti e dette con parole giuste, meglio è”, dice Benvegnù in una recente intervista radiofonica: parole che ben spiegano il suo approccio verso la musica e la scrittura, e che servono ad introdurre anche questo suo nuovo H3+L’ardente pazienza, é quella di cui ci si arma per entrare dentro la musica di Benvegnù: perché ogni suo disco è una scoperta, un’esplorazione di mondi apparentemente distanti, sconosciuti e talvolta freddi. [Continua]

Josy & The Pony Vs The Poneymen – Hippodrone Club: Sinapsi [?]
Belgio, teste di cavallo e party allucinogeni. Josette Ponette (in arte Josy & The Pony) incontra i The Poneyman – gente che suona con una maschera da cavallo –, con l’intento di gettare una coltre di erotico non-sense su tutta la Surf music; sarà quella mascherina da scambista che indossa Josette, sarà la lingua francese. Resta il fatto che il loro esordio “Hippodrone Club” si candida fin dal primo ascolto come colonna sonora perfetta per un tour delle abbazie – in Belgio, la birra, avete presente no? – con tappa serale in qualche che strip club (o abitazione, che fa molto Eyes Wide Shut) accompagnati dai migliori papponi di Anversa. Fin dall’openerLouis Stallone 007” – la spy story che non t’aspetti – il Surf mood è settato su “infinito”, nel senso dello spazio siderale, o della follia nel cervello di questi pazzoidi. [Continua]

Temples – Volcano: Spilletta [?]
La fine dei vent’anni rappresenta uno spauracchio generazionale da tempi immemori; la crescita non è mai a costo zero e l’invulnerabilità adolescenziale lentamente si dissolve sotto i colpi delle inevitabili responsabilità. Pace. La musica da questo sentire ne ha tratto forse le cose più belle, e i Temples seguono gli ormoni al pari della propria crescita come esseri umani e musicisti. Ma i ragazzi di Kettering (Inghilterra) non ci stanno, non accettano le critiche sull’essenza derivativa della propria musica; perché? Beh, un po’ perché il microcosmo edificato con il nuovo “Volcano” viene spesso ridotto alla stregua di una mera imitazione à la Tame Impala, un po’ perché se fai il passo giusto (e maturo) di metterti in discussione raccontando in maniera coraggiosa quel cruciale periodo di passaggio, non la ciucci. [Continua]

Pallbearer – Heartless: Truce [?]
Leggendo e ascoltando le interviste degli ultimi tempi ai gruppi americani, è praticamente impossibile non percepire una certa inquietudine figlia dell’avvicendamento alla casa bianca. Fino ad arrivare, come in questo caso, ad un vero e proprio cambio di tematiche sulle liriche. Del resto, quando i Pallbearer cominciarono a scrivere il nuovo lavoro, l’America si trovava ad un anno dalle elezioni e la band dell’Arkansas dichiarò di aver percepito qualcosa di oscuro all’orizzonte. O per dirla à la Brett Campbell (voce e chitarra): “potremmo essere diretti verso tempi difficili“. I Pallbearer arrivano così al disco della maturità col cuore pesante, ed un comparto testi che dal mitologico si sposta sul reale. Il pensiero va dunque ad una civiltà crivellata da nuovi interrogativi, ancora tutti da svelare, ed un’attenzione meticolosa per l’attualità. [Continua]

Creeper – Eternity In Your Arms: Eyeliner [?]
Tre Ep, uno per anno a partire dal 2014, ed oggi i Creeper arrivano alla prova su lunga distanza. Un percorso intenso che giunge al proprio culmine nel momento migliore, cavalcando la bolla Pop Punk emersa recentemente nel Regno Unito. Sei elementi, che fin dal primo impatto visivo manifestano l’amore per la scena – Will Gould (voce) e la sua lunga chioma à la Davey Havoc degli esordi (AFI), Ian Miles (lead guitar) aka Jade Puget (sempre AFI), Sean Scott, che sembra uscito da un video dei MisfitsHannah Greenwood, la vampirella alle tastiere: seguono Dan Bratton (batteria) e Oliver Burdett (second guitar). Eternity In Your Arms è il perfetto connubio fra My Chemical Romance, AFI ed Alkaline Trio: ariosi refrain melodici, furia percussiva di stampo Hardcore e accessibilità Pop. Un lavoro teatrale ed emotivo, che si srotola come un’avventura all’interno della quale ridestare tutti i ricordi perduti di un’adolescenza oscura. Uno splendido ricamo d’autore capace di collegare i filamenti ormai lisi della Emo culture dai riferimenti Punk-Rock. [Continua]

Colombre – Pulviscolo: Sorcino [?]
Pulviscolo“, disco d’esordio di Colombre – alias di Giovanni Imparato, già frontman dei Chewingum – è proprio come quel veliero, pronto, sicuro, eppure snello nelle sue dimensioni contenute – il disco dura appena venticinque minuti – che appare nel racconto di Dino Buzzati intitolato “Il colombre”. Anticipato non molti giorni fa dal tagliente “Blatte”, brano in collaborazione con Iosonouncane, il disco possiede lo stesso dolce sentore che si avvertì quando, nel marzo del 2015, uscì DIE di Jacopo Incani; nonostante i due progetti siano agli antipodi, ma di fronte al talento non si ha scelta. Ed ecco quindi “Blatte“, che insospettabile potrebbe ricordare le cose più riuscite del duo Mina/Celentano, legando Imparato, in un sottile e piacevole fil rouge, alla tradizione. Il secondo singolo, preceduto dal brano di lancio “Pulviscolo”, si sostiene su un inedito contrasto tra l’apparente dolcezza e leggerezza delle armonie – che sconfinano in melodie denominate da secoli di critica come “musica leggera” – e la violenza del testo. Ma Colombre non è solo ciò che è stato, Colombre è un animale irreale, rappresenta forse le chimere della nostra contemporaneità e quindi inevitabilmente esprime anche il nostro futuro. [Continua]

Blanck Mass – World Eater: Avatar [?]
Che i Fuck Buttons rappresentassero un tassello importante all’interno del mosaico Britannico, se ne accorsero anche i direttori artistici delle Olimpiadi di cinque anni fa (2012), che li scelsero per far parte della corona di artisti preposti a musicare l’evento – in compagnia di gente del calibro di David Bowie, Pet Shop Boys Arctic Monkeys. Della partita fu anche un inedito proveniente direttamente dal side project di Benjamin John Power – una metà del duo Fuck Buttons, l’altra è rappresentata da Andrew Hung – già all’esordio l’anno precedente con l’album omonimo a firma Blanck MassBenjamin, è sempre stato un amante dei Mogwai e delle colonne sonore; il suo debutto esce per la Rock Action records, mentre i lavori successivi verranno rilasciati dall’oscura e trasversale Sacred Bones records, perfino quest’ultimo “World Eater”. [Continua]

Mood – Out Loud: Robinson [?]
Francesco e Daniele, Chitarra e Batteria. Ventenni senza palco, e neppure impianto – volutamente. Così da abbattere quelle distanze utili ad una mitologia concertistica forse ormai sopravvalutata – anche se il “piedistallo” in sé continua a stimolare le credenze pagane di un presunto interloquire fra artisti e divinità: e che lo vogliate o no, a voi (e anche a me) continua a piacere. Del resto siamo tutti in cerca di verità. Lo sono anche questi due giovinotti di Finale Emilia (MO), solo che loro se la vanno a cercare in mezzo alla gente; attenzione però a non confondere la compassione di Cristiana memoria con gli intenti bellicosi dei Mood, perché la comunione potrebbe sfondarvi le orecchie. [Continua]

Sleaford Mods – English Tapas: Dispari [?]
Dai, assaggia le tapas inglesi! Abbiamo uova sode, patatine, cetriolini e anche i montaditos britannici alla carne! Grottesco, vero? Abbastanza. La leggenda dice che Andrew Fearn (l’addetto “ai suoni” degli Sleaford Mods) abbia visto un menu più o meno di questo tenore sulla lavagna di un pub.  Ecco, a quel punto non ha più avuto dubbi sul titolo da dare all’album. Grottesco, appunto. Questo è il senso di tutta la questione: le miserie della Gran Bretagna. Oggi più di prima. Certo, non è difficile fare un album politico di questi tempi, nell’Inghilterra della Brexit. E lo stesso vale per l’America incerta del 2017. Ma il duo di Nottingham non è del circolo di chi si è accodato. Il suono e le parole di English Tapas (sì, ci vergogniamo anche solo a scriverlo ed era quel che volevano, maledetti!) sono quelli inconfondibilmente loro. Canonici per quanto possa dirsi canonica una cosa in cui un tizio sputa frasi urticanti e un altro si beve una birra perché “il suo” l’ha già fatto prima, quando ha impastato e campionato punk, dub ed elettronica. [Continua]