Oro(di)scopo Gennaio 2017: i migliori album segno per segno!

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L’Orodiscopo parla di te: sono una serie di segni “zodiacali” che riguardano i tuoi ascolti. Ogni segno infatti definisce una particolare tipologia di ascolti musicali, o di atteggiamento nei confronti della musica: a te scoprire quello, o quelli che ti sono più affini! Guarda le schede per cominciare a orientarti. [continua]

[DISCO DEL MESE]
Baustelle – L’amore e la violenza
: Giacca [?]
“Tu non sai che peso ha questa musica leggera”, così canta(va) Gianni Morandi nella sua hit “Uno su mille” del 1985. Pezzo che segnò il suo ritorno sulle scene in pompa magna. Però, se stiamo qui, è per parlare di ben altro ritorno. Quello dei Baustelle da Montepulciano. E ci vorrebbe forse, che so, la penna di un poeta mutante, magari di un Luzi ibridato con Bukowski, per narrare (meglio, per capire) le gesta poetiche del capomastro Francesco Bianconi, stretto in sodalizio artistico con Rachele Bastreghi e Claudio Brasini da circa vent’anni. Già, ne è passato di tempo dalla pubblicazione del seminale “Il Sussidiario Illustrato della Giovinezza” (2000), esordio (in)felicissimo e manifesto programmatico da riassumere (semplificando, sottraendo) in tre versi, tutti presi dalla traccia conclusiva, ovvero “Il Musichiere 999”: “Voglio essere Gainsbourg”, “Voglio il ciuffo di De André”, “Build the modern chansonnier”. Insomma, il capo della Banda aveva studiato un piano perfetto. E in quelle dieci canzoni oggi possiamo intravedere un abbozzo teorico/pratico delle opere successive. [Continua]

The XX – I See You: Occhi Chiusi [?]
Dai pezzi che hanno anticipato I See You (“On Hold“, “Say Something Loving“), dalle interviste e dalla copertina vitrea si è cercato di evincere una specie di svolta solare degli xx: leggerina, vitale e giovanilistica. E di conseguenza, ci si è predisposti ad un abbandono di  quei tratti distintivi che hanno fatto degli xx quella cosa che sappiamo. Ebbene, si va in play con l’opener “Dangerous” e subito la sua morbida aggressione di fiati e campionamenti basta per tranquillizzarci: niente svolta sintetico-sbarazzina. I colori, invece sì, quelli ci sono. E sono all’incirca i colori di Jamie xx (In Colour, 2015) impiantati su un lavoro che conserva il tratto gotico sognante in modo inalterato. [Continua]

Priests – Nothing Feels Natural: Nichilista [?]
Katie Alice Greer oggi vive a Prince George’s County, una città nella periferia di Washington. Dieci anni nella city possono anche bastare: e poi serviva un luogo dove poter sperimentare (fare casino), magari nella mostruosità della periferia Americana – ma ci arriviamo dopo. La sua band, i Priests, sono il prototipo della Punk Rock band moderna. Distorti con gusto, freschi nell’esecuzione – talvolta fra le righe del passato spuntano riferimenti recenti e “artsy” a Karen Lee Orzolek (Yeah Yeah Yeahs) –, adottano tematiche prevalentemente a sfondo politico; qui si, alla maniera dei Punk – ricordiamo la puntata del “The Chris Gethard Show” in cui la (fighissima) Greer, al secondo pezzo, salì sul palco con una maglietta che riportava la scritta: “Black Lives Matter”, in protesta contro la brutalità della polizia americana. [Continua]

tiger-shit-tiger-tigerTiger! Shit! Tiger! Tiger! – Corners: Sinapsi [?]
Chitarre storte in primo piano e farcela lo stesso. Farcela davvero. Foligno-Dallas percorsa già tre volte negli ultimi sei anni (la quarta in arrivo), affrontando un tragitto ormai amico in direzione SXSW (Il festival texano). La storia dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! dovrebbe farci riflettere sull’odierno mondo della musica. Perché per loro il concetto è semplice: basta prendere una passione (per un suono, una scena) e ficcarci dentro l’anima – in barba alla moda del momento, al riuscire seguendo la scia. La band di Foligno possiede un’estetica da sempre malcelata, che al netto del Punk di “Be Yr Own Shit” (2008) e dell’Indie legato all’Ep “Whispers“, ha cominciato ad emergere fin dal fragoroso “Forever Young” (2013). Parliamo di un suono smaccatamente nineties che poggia sull’asse: “Dinosaur Jr. – PavementSonic Youth“, per diramarsi verso soluzioni che ne determinino la personalità. [Continua]

Human Colonies – Big Domino Vortex: Spilletta [?]
Bologna e Firenze; Giuseppe, Sara e Claudio. Animo nineties, devozione al riverbero. Una storia che comincia nel 2013 (Demo/Ep) e si consolida con Calvary (2015), omaggiando le proprie influenze l’anno successivo con la cover dei ChapterhouseBreather“. In sala prove, forse troveremmo la gigantografia di Kevin Shields; nei fatti, una malgama che impasta Psichedelia e Noise dei tempi d’oro. Dalla doppietta d’ingresso Sirio/Big Domino Vortex – deliziosamente calligrafica nei confronti di certe dinamiche à la My Bloody Valentine (ultime cose), ma mai deprecabile –, passando attraverso il malinconico intermezzo “post” (Hardcore) di “Vesuvius“, si arriva belli corroborati ad un nucleo compositivo dalle radici totalmente immerse in quella palude di suoni distorti che videro come protagonisti gli alfieri del Noise. [Continua]

Sepultura – Machine Messiah: Truce [?]
Oggi possiamo dirlo: i Sepultura non hanno più bisogno dei fratelli Cavalera. Il loro abbandono, avvenuto a dieci anni di distanza l’uno dall’altro (Max nel 1997, Igor nel 2007), ha nel tempo minato la tempra di un gruppo in lenta mutazione, ma che oggi sembra aver completato brillantemente quel processo riorganizzativo sia dal punto di vista tecnico che artistico. “Machine Messiah” è un lavoro completo. Nulla d’innovativo – lontani i bei tempi di “Chaos AD” o “Roots” –, ma assolutamente coraggioso e pieno di idee. Qui, lo spirito Thrash di “Beneath The Remains” si amalgama perfettamente a quello più ‘etno’ del sopracitato “Roots” – nel brano “Phantom Self” i Seps fanno un piccolo miracolo di taglia e cuci, tra nenie mediorientali, cadenza in puro stile Moshing Thrash e progressioni Post-Metal. In “Sworn Oath” irrompono ricami di chitarra classicamente Heavy su melodie strumentali ‘leggiadre’ da dare in pasto alla voce del possente Derrik Green[Continua]

Dome La Muerte EXP – Lazy Sunny Day: Barba [?]
Che sia Hardcore (CCM), Post-Punk (Not Moving) o Garage-Rock (Dome La Muerte & The Diggers), Dome La Muerte ha segnato il Rock’n’roll nostrano in maniera indelebile. Una storia particolare la sua, che si riallaccia all’esplosione di un suono italico (di genere) osannato nel mondo ma mai completamente consacrato: forse per colpa del poco coraggio dimostrato da parte delle nostre etichette negli anni ’80, colpevoli di aver spesso abbandonato certe formazioni/artisti underground in balia del do-it-yourselfDome però è diverso. Crede fortemente in quello che fa e non si lascia intimorire: e come potrebbe uno che ha condiviso il palco con gente del calibro di Nick Cave and the Bad Seeds, Johnny Thunders, Iggy Pop, The ClashHeartbreakers e Fuzztones. [Continua]

The Black Veils – Dealing With Demons: Eyeliner [?]
Se la traccia conclusiva (“Out of The Well”) dell’esordio targato Black Veils (“Blossoms“, 2015) lasciava intravedere una malcelata grinta Punk sottocutanea, oggi alla luce del nuovo “Dealing With Demons” possiamo confermarne i lineamenti; qui accentuati nell’intento di tratteggiare in maniera più efficace l’impianto (Post-Punk/Dark-Wave) portante. Giunta al secondo lavoro, la band bolognese decide di assecondare i propri istinti scongiurando le frustrazioni legate al vissuto (amore, odio, abbandono) mediante una serie di scariche elettriche provenienti da un passato gloriosamente eighties – poi rielaborato con grande mestiere. Non stupisca dunque che “Dealing With Demons” sia stato pensato come un concept legato all’esorcizzazione dei propri demoni: e ognuno ne possiede diversi. [Continua]

Sohn – Rennen: Sorcino [?]
In questo nuovo lavoro il produttore e cantautore inglese Christopher Taylor alias SOHN riprende il discorso iniziato con l’acclamato “Tremors“, promettente esordio datato 2014 e pubblicato per la 4AD dopo un Ep e importanti collaborazioni con Rhye, Banks e Lana Del Rey. Pur dimostrando qualche affinità con il già citato lavoro, i brani privilegiano questa volta una dimensione sonora più introspettiva e rilassata, acquistando in naturalezza. Il nuovo album, nato dopo aver metabolizzato gli spunti di “Tremors” e le esperienze in tour, guarda altrove verso una “rinnovata semplicità”. Qui Taylor sceglie (in alcuni casi) di mantenere i missaggi in forma originaria evitando eccessive elaborazioni in seconda fase. [Continua]

Austra – Future Politics: Avatar [?]
Cinque anni in tour, poi il meritato riposo. Katie Stelmanis è a Montreal, sola, in un quartiere di lingua Francese. Come se non bastasse fuori fa un freddo porco. Meglio stare in casa a comporre, ché una costruzione “casalinga” portò fortuna all’esordio – “Feel It Break“. Ma Katie é triste. Guarda il mondo dal suo oblò, introiettando le notizie non felicissime provenienti dallo schermo del portatile: religione, morte, soldi. Butta giù qualche idea, che in seguito detterà il mood dell’album e se ne va a Città del Messico. Parte d’istinto, alla ricerca del caldo e dei colori; quasi una necessità fisiologica. Cambia il suo perimetro d’osservazione, ibernandosi nel tepore degli ultimi, plasmando una visione futura a suon di sci-fi e manifesti visionari – parliamo dell’#ACCELERATE MANIFESTO, una teoria secondo la quale ci potremmo servire della tecnologia per liberarci dal capitalismo attraverso l’eliminazione del lavoro e dunque del concetto di scarsità. Una ricerca che la porta a guardare con crescente ottimismo un quadro socio politico di difficile soluzione. [Continua]

Teta Mona – Mad Woman: Robinson [?]
Teta Mona (Teta Colamonaco) si muove tra Londra, New York e la Puglia, cercando di cogliere il massimo da ogni scenario e sfruttando collaborazioni importanti (Screaming Tea Party, Dylan Carlson, Earth, Whyte Horses e Alex Maguire). Il risultato di questo percorso artistico si manifesta mediante uno stile maturo ed originale, che con Mad Woman (Garrincha Go Go) la vede esordire su lunga distanza dopo l’EP Sheena – anch’esso dai tratti insoliti. L’atmosfera rilassata che caratterizza le composizioni, spinge la mente verso le terre salentine, qui invase da persone provenienti da ogni dove. Al Reggae unisce certo Soft Jazz, i fiati, le tastiere in levare ed una voce ipnotica che percorre scale talvolta scomode, a tratti dissonanti: intelligentemente costituite da un mix dai lineamenti esotici ma impegnati. Spruzzate di Dub e richiami etnici. [Continua]

Gomma – Toska: Dispari [?]
Cominciamo col dire che “Toska” dei Gomma è un DISCO GIOVANE. Ma non è un “DISCO-GOMMA-AMERICANA” (qua i Baustelle non c’entrano, ma forse c’entrano, vedremo). “Toska” è un disco giovane perché al passo coi suoi tempi. Ossia con tutto ciò che comporta, in determinati casi per nulla isolati, l’essere giovani al giorno d’oggi. Fuori-tempo, fuori-corso, fuori-mondo. Fuori ma dentro, perché la giovinezza oggi (oggi???) sembra quasi una condanna. Un disco giovane perché nato troppo tardi (per forza). Commovente atto d’amore (ingenuo ma non troppo, ingenuo ma mai abbastanza) per il passato glorioso dell’alternative italiano. Passato (presente) che urla Massimo Volume, che urla CCCP/C.S.I, e Marlene Kuntz. Però sotto l’egida chitarristica dell’ultimo post-hardcore/emo-core di casa V4V. Il ritorno quindi a un passato che era già cadavere alla nascita, pensiamo. Ma la musica, come il cinema e la letteratura, serve anche a questo: a far resuscitare i morti, e i mostri. [Continua]