Nel mondo? A Gennaio Kim Jong-un (Corea Del Nord) testa la nucleare provocando un terremoto di magnitudo 5.1 (giusto per ricordarci che la possiede ed è pazzo), mentre con l’attentato kamikaze di Istanbul (rivendicato dall’ISIS) s’inaugura una terribile escalation terroristica che proseguirà con gli attacchi all’aeroporto di Bruxelles, al Night Club Pulse di Orlando, a Baghdad e Nizza. Hillary Clinton è la prima donna a candidarsi alla Presidenza Degli Stati Uniti D’America, ma alla fine vincerà Donald Trump: e tra lui e Kim Jong-un ci sarà da piangere divertirsi. Il Regno Unito esce dall’Unione Europea ed in Novembre un aereo boliviano si schianta a sud di Medellìn (Colombia) provocando 71 morti: era finita la benzina.
Anche nel mondo del Rock si verificano dipartite illustri – ma di questo vi abbiamo già parlato –, ed osservando la vetta della nostra classifica definitiva mancheranno anche alla scena odierna.
ROCKLAB AWARDS 2016
1. David Bowie – Blackstar
A parziale conferma del fatto che Bowie, come Scott Walker, era andato in “Tilt”, ci sono “‘Tis a pity
she was a whore” e “Sue (or In a Season of Crime)”. Altrove già pubblicate. E qui riarrangiate. E se “Dollar Days” ha l’andamento di un automa jazz, ma con indosso una maschera che riproduce le fattezze dell’uomo di un tempo, la toccante “I can’t give everything away” pone l’ultimo epitaffio. Ogni discorso, riguardo il testo della canzone, risulterebbe pleonastico. Sia chiaro, “Blackstar“, nonostante i clamori e la durata non eccessiva, rimane un’opera difficilmente avvicinabile. E già questo è motivo di vanto. Può non piacere, per carità. Ma come gesto conclusivo, come big bang di fine carriera, merita quantomeno un applauso, una lacrima, qualcosa. In questa sede, ci limitiamo a dire che è un disco complesso, stratificato, da sviscerare volta per volta. È un disco che si fa carico, in potenza, di tutto il passato, dei suoi simulacri, e li rimodella, proiettando la ripetizione nell’orizzonte della differenza. Insomma, riesce nell’impresa che per molti è impraticabile. Più o meno per tutti. [continua]
2. Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
Skeleton Tree è un album profondo come l’abisso, a cui l’artista s’aggrappa disperatamente e mediante il
quale lascia emergere la sua nuova visione tormentata. Una vera e propria presa di coscienza che investe inesorabilmente l’arte del nostro e le sue convinzioni pregresse sul mondo, affermando con forza la bellezza dell’attimo presente in rapporto all’eternità. Una naturale conseguenza legata all’elaborazione del lutto a cui però l’artista non pone alcuna resistenza; inerme al cospetto di quel buco nero in movimento che scava nei meandri della propria anima. Osservandolo, talvolta con stupefatta ammirazione. Il Principe delle tenebre oggi non riflette sulla relazione diretta fra dolore e arte, ma agisce d’istinto; disperato e disarmato, portando a galla le spoglie della propria anima che lentamente deflagra alla luce del sole come i resti di un vampiro ferito al sorgere dell’alba. Lo scheletro di un albero sullo sfondo racconta delle foglie cadute, degli inverni rigidi e delle estati lussureggianti senza mai perdere di vista il concetto alla base di questa trasformazione; lui è ancora lì, in piedi, ad osservare i tramonti passare. [continua]
3. Radiohead – A Moon Shaped Pool
Il free-download di “A Moon Shaped Pool” arriva in una tiepida domenica di Maggio, all’ora del Tg. La
nona fatica dei Radiohead è preceduta da un vero “social millennium bug” – un’operazione commerciale senza precedenti –, la stessa operazione che ha rilasciato in prologo due singoli in soli due giorni: il tanto discusso pop smorfioso di “Burn the witch” e la rinascita fiabesca di “Daydreaming”. Il disco fisico sarà disponibile dal 17 Giugno in due edizioni e una terza (guarnita da un paio di inediti, un book e un peso da collezione) comparirà sul mercato a Settembre. Questo album tanto nuovo non è: nella tracklist – sequenziata in ordine alfabetico – compaiono brani come l’ultramelodico “Full Stop” e il celestiale “Identikit”, entrambi degustati in versione live a sostegno del tour di “The King of Limbs”. Il crescente sapore latino di “Present Tense” fu scritto nel 2009 ed eseguito sia dagli Atom for Peace che da Thom Yorke, e lo stesso leader già ci fece ascoltare anni or sono il folk psichedelico e fumoso di “Desert Island Disk” e di “Silent Spring”. Quest’ultima ora ribattezzata “The Numbers“, rispolverata in elegante abito da sera, tanto lucente da poter corteggiare un anomalo Serge Gainsbourg. [continua]
4. Nicolas Jaar – Sirens
All’epoca conquistò la libertà insieme alla sua famiglia scappando, il ché ci riporta ad alcune delle scelte
artistiche udibili nel nuovo Sirens: l’artista che scappa da canoni musicali già ampiamente tracciati per arrogarsi la possibilità d’incastrare l’esigenza descrittiva alle sue note, spesso riflessive e tipicamente Ambient: mai banali. “Killing Joke” – prima traccia – ne è l’esplicazione: un viaggio nella mente umana lungo poco più di 11 minuti, lento ma avvolgente, in antitesi alla Dark-Wave di “Three Sides Of Nazareth“, che a sua volta si contrappone al più leggero doo-wop di “History Lesson“. Nicolas Jaar è il prescelto del suo mondo, contaminato dall’elettronica e dall’abitudine a temi oramai ridondanti, in cui spesso si perde il senso del lavoro intimo della mente umana. Questo disco lascia la speranza che il nostro Neo riesca a liberare ed ampliare gli orizzonti – spesso stagnanti – di questo mondo musicale, ultimamente poco abituato alla diversità e che raramente si ferma ad esaminare quello che nella fattispecie risulti realmente influente. [continua]
5. Arabrot – The Gospel
Per Kjetil Nernes, scrivere questo “The Gospel” non è stata una scelta, ma un bisogno. Catapultato nella
dimensione angosciosa del cancro, che lo colpisce improvvisamente alla bocca, Kjetil decide di scendere in trincea con i propri demoni, di non arrendersi ed andare all-in – come dirà in un’intervista. Il nostro si aggrappa così alla musica, decidendo – ancora degente – per un concept capace di sviscerare il tema della guerra contro la malattia: nient’altro che un conflitto contro se stessi. Per farlo, contatta l’amico Kristian della Fysisk Format, che non esita nel spronarlo suggerendo perfino il titolo – The Gospel – di un’opera che già dall’incipit appare monumentale. Nulla di biblico, ma un concentrato di spirito battagliero, ed indomito coraggio, che l’artista Norvegese sottolinea continuamente, specie utilizzando certi intermezzi radio che rimandano alla guerra, al bollettino delle vittime, a chi resiste. Kjetil cresciuto a suon di Captain Beefheart, Slayer e Black Metal Norvegese, questa volta per la descrizione sonora della sua epopea umana si affida al lato più oscuro del post-punk. [continua]
6. Leonard Cohen – You Want It Darker
Il 2016 è stato un anno di epitaffi stellari, specie in ambito musicale. Un anno di testamenti artistici, di
album da mozzare il respiro (l’ultimo). Ci riferiamo ovviamente a “Blackstar” e “You Want It Darker”. Due dischi a dir poco diversi, eppure accomunati dalla sorte. Il primo l’ha eternato David Bowie in data 8 Gennaio, per poi spegnersi due giorni più tardi. Il secondo è invece opera di Leonard Cohen, morto il 7 Novembre all’età di 82 anni. Il signor C, forse uno dei pochi artisti per cui vale la pena usare espressioni come “conflitto interiore” o “ricerca spirituale”. Da “Blackstar” a “You Want it Darker”, che hanno idealmente aperto e chiuso questa curiosa e letale annata. Come passare da un buio a un altro buio, più profondo, citando “True Detective” (“Nevermind” di Cohen, usata nella sigla, era fra le poche cose salvabili della seconda stagione, quindi restiamo sempre in tema). Il quattordicesimo lavoro in studio di Leonard Cohen, che forse non eguaglia in termini di bellezza l’epilogo discografico del Duca Bianco, è comunque un disco importante e ispirato. E se “Blackstar” ci è parsa davvero l’astronave dell’uomo che cadde sulla terra, “You Want It Darker” va invece aggiunto al novero dei poemi senza tempo, anche se il tempo, nelle sue molteplici sfaccettature filosofiche, è un po’ il protagonista dell’album. [continua]
7. ANOHNI – Hopelessness
C’è una sorta di vago pudore misto a sano rispetto che ci fa mettere in secondo/terzo piano il fatto che
Antony Hegarty come l’abbiamo conosciuto non c’è più. Invece di limitarci al cambio di articolo o pronome potremmo anche esplicitare che quella di ANOHNI è una figura femminile nell’essenza, oltre che nell’involucro. Ammesso che interessi così tanto l’involucro. In effetti colludiamo giustamente con lei che non ama parlare della sua transizione e che a riprova di ciò, in questo stupendo lavoro ha deciso di concentrare le liriche su temi che riguardano più l’umanità in senso lato che le vicende di un individuo in senso stretto. Però, a onor del vero, il tema del cambiamento e della riappropriazione è sparso ovunque, nei suoni in primis. Come sappiamo da diversi mesi, l’opera prima di ANOHNI è frutto di una collaborazione fra la titolare e due pesi massimi dell’elettronica, quali Hudson Mohawke e Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never). Il loro apporto è a volte discreto e a volte più connotante. Forse sono più efficaci i frangenti della seconda specie. La notizia della svolta elettronica dell’ex voce di Antony & The Johnsons avrebbe potuto farci pensare a quella gloriosa collaborazione sad disco che fu “Blind” (con Hercules & Love Affair) ma ANOHNI non naviga in quelle acque. [continua]
8. Touché Amoré – Stage Four
Il dolore, la separazione, sembrano essere le tematiche portanti dei migliori lavori ascoltati in questo 2016
– pensiamo agli album di Nick Cave & The Bad Seeds e Arabrot. Il dolore e l’arte, tematica vecchia come il mondo ma che non smette di rappresentare il perfetto connubio nel tentativo di esorcizzare i demoni di artisti e pubblico. Così anche i Touché Amoré, interessantissima Post-Hardcore band californiana, creano il proprio simulacro mettendo a segno con il quarto lavoro in studio il proprio picco compositivo. Il drammatico incipit risale all’autunno del 2014. Sandy, madre del frontman Jeremy Bolm, scompare all’età di 69 anni a causa del cancro; proprio mentre la band si sta esibendo sul palco del Fest 13 a Gainesville in Florida – momento immortalato da Bolm in “Eight Seconds” (“Lei è morta circa un’ora fa / Mentre eri sul palco a vivere il sogno“). Nasce così “Stage Four“, nel tentativo disperato di elaborare il senso di colpa per le parole non dette: affrontando la faccenda con ammirevole positività. [continua]
9. Angel Olsen – My Woman
Se un discorso su Angel Olsen parte dal suo fascino, non è detto che sia un discorso riduttivo o, peggio,
sessista. Insomma, perché fare un taglio con l’accetta? Perché mettere la sua produzione in senso stretto da una parte e il suo sguardo da un’altra? La musica di Angel Olsen è la sua potenza espressiva, è il suo viso. Magari anche i suoi denti. E così, la bellezza di Angel Olsen è la voce con cui intona “Shut Up Kiss Me” più del piccolo naso all’insù. E non è facile aggiungere parole se pensiamo a quel titolo e a quel video con la parrucca bellissima e improbabile. La Olsen è arrivata al terzo album, ora un po’ più svincolata dal nome di Bonnie “Prince” Billy. Sulle prime appare meno folk singer e più indie crooner. Aumenta la componente glamour ma lei resta distante dalle pose di una Lana Del Rey, figuriamoci. La struttura di My Woman sembra trasparente, facile. Invece non è esattamente quel che appare. Al terzo ascolto, per dire, è già tutta un’altra storia. “Intern” non è solo una intro. È una canzone compiuta che (fra sintetizzatori e crescendo interrotti) dà angosce degne di Lynch. [continua]
10. Suede – Night Thoughts
Brett Anderson era il tipo che negli anni ’90 avrebbe fatto vacillare l’orientamento sessuale di chiunque,
o meglio, di qualunque lesbica o maschio etero che posasse occhi e orecchie sull’universo Suede. Sia messo agli atti. La sua grazia androgina, insieme al suo talento canoro, aveva ben pochi rivali. Forse giusto Brian Molko dei Placebo poteva rubargli lo scettro di wet dream della monarchia inglese. La fiamma femminea degli occhi, i tratti armoniosi del viso, eppure ammantati da una certa durezza, rigidità, tutto ciò contribuì a scolpire l’ambiguità del suo monumento. Quasi un figlio del proletariato dalla doppia vita. Quasi una faccia da poliziotto che di notte va a caccia di marchette. Materia somatica per il cinema umanista di Ken Loach, umanista nell’accezione più marxista del termine, e al contempo feticcio da passerella brit-pop, dotato di un’ugola capace di volare come un dolce fringuello sulle ottave più a destra del pianoforte. Tanto che a volte si ha il desiderio di andarlo a cercare, pur sapendo che è inutile, fra i volti immortalati nelle copertine dei The Smiths. Se non in primo piano, almeno sullo sfondo. [continua]







































